martedì 21 giugno 2011
lunedì 20 giugno 2011
La dispora iraniana da Parigi È giunta l'ora del cambiamento

Il 18 giugno 2011 si è tenuto il grande raduno del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana al Parco delle Esposizioni di Villepinte, cittadina della periferia di Parigi, cui partecipano ogni anno migliaia di rifugiati iraniani per difendere i diritti umani contro la dittatura religiosa dei mullah in Iran. La data è simbolica: in quest’occasione si ricorda il massacro del 20 giugno 1981, quando il neonato regime khomeinista massacrò migliaia di oppositori che erano scesi in piazza per protestare contro l’autoritarismo del nuovo governo, costringendo i sopravvissuti a fuggire all’estero.
Straordinaria la partecipazione: oltre 120.000 Iraniani sin dalle prime ore del pomeriggio affollavano il Parco delle Esposizioni, addobbato a festa per l’importante evento. Fra i partecipanti anche numerose ‘star’ della politica internazionale, a partire da Patrick Kennedy, che dal palco letteralmente urla il suo appoggio alla Resistenza contro il ‘fascismo islamico’ della Repubblica Islamica dell’Iran, a Rudy Giuliani, ex-sindaco di New York, a Vidal-Quadras, vice-presidente del Parlamento Europeo, e molte altre decine di parlamentari, sindaci, senatori e politici da oltre quaranta stati di tutto il mondo che appoggiano la causa della resistenza e si battono per un cambio di regime in Iran.
Un’ora dopo l’inizio della manifestazione arriva il gran momento: Maryam Rajavi, presidente del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (CNRI) e moglie di Massoud Rajavi, leader dei Mojahedin del Popolo (MEK) che si battono contro il regime iraniano dopo essersi battuti contro la dittatura dello scià Reza Pahlavi – arriva al Parco delle Esposizioni fra gli applausi del folto pubblico iraniano. Dopo aver ricordato le oltre 100.000 vittime della resistenza dal 1981 a oggi, sale sul palco per il discorso.
Maryam parla delle manifestazioni degli ultimi mesi, elogia il coraggio dei giovani Iraniani e critica duramente i metodi repressivi del regime che in questi anni ha continuato a torturare, incarcerare e assassinare la popolazione scesa in piazza per chiedere libertà e democrazia. Il messaggio è chiaro: ‘regime change’, non esistono i ‘riformatori’ – di cui parlava la stampa occidentale dopo le manifestazioni del 2009 – all’interno del regime; come dice Masoud Rajavi ‘una vipera non può partorire una colomba’. E le lotte intestine degli ultimi anni lo dimostrano: l’ayatollah Montazeri, successore designato di Khomeini, venne purgato nel 1988 per le sue posizioni troppo ‘moderate’ – perché criticò i metodi repressivi del regime che in una sola estate uccise oltre 20.000 oppositori, molti dei quali Mohahedin; Mousav! i, sedicente leader dell’onda verde nel 2009 e primo ministro sotto Khomeini (1981-89), è agli arresti domiciliari da alcuni mesi; il ‘pilastro del regime khomeinista’ Rafsanjani è stato rimosso dalla presidenza dell’Assemblea degli esperti; senza parlare dei continui scontri fra il leader supremo Khamenei e il presidente Ahmadinejad, che mettendosi a capo dei Pasdaran (Guardie della Rivoluzione) vorrebbe aumentare il proprio potere all’interno del regime contro il parere dei mullah. La radiografia è chiara: il regime è agli sgoccioli, è ora di cambiare. Maryam denuncia le costanti violazioni dei diritti umani del regime iraniano e chiede lo smantellamento del ‘velayat e-faqih’ (il governo clericale assoluto, principio su sui si basa la Repubblica Islamica) e la fine del regime, che da oltre trent’anni finanzia i movimenti terroristici nella regione e tenta di esportare il fondamentalis! mo islamico nel mondo.
Nel suo discorso la presidente del CNRI fa cenno ai numerosi tentativi di delegittimazione subiti negli ultimi anni, non ultimo quello del 2003 quando gli uffici del CNRI in Francia vennero perquisiti dalla polizia francese e numerosi membri vennero arrestati su suggerimento del regime iraniano, che aveva fabbricato ad arte centinaia di migliaia di pagine di accuse (infondate) che andavano dalla tortura all’omicidio dei propri membri, al terrorismo, all’associazione criminale, allo sfruttamento di giovani e donne contro il loro volere, al riciclaggio di denaro sporco fino al massacro dei Curdi e degli Sciiti iracheni. La vicenda fortunatamente finì bene, e alla fine la giustizia francese assolse tutti i membri della resistenza perché ‘i fatti non sussistevano’.
Poi il pensiero vola a Campo Ashraf, in Iraq, dove tuttora vivono oltre 3.000 Mojahedin del Popolo – la principale forza del CNRI – che si battono contro il regime iraniano. Secondo il CNRI, Ashraf è tuttora il cuore pulsante della rivolta iraniana, il simbolo della libertà dall’oppressione. Dopo l’invasione americana del 2003 i cittadini di Ashraf – che vivevano in Iraq dalla metà degli anni ’80 – deposero le armi e vennero posti sotto la protezione degli Stati Uniti in base alla Convenzione di Ginevra. Ma da quando la sicurezza dell’Iraq è passata nelle mani del governo iracheno, il premier Nouri al-Maliki, appoggiato dal regime iraniano, ha tentato ripetutamente di eliminare i Mojahedin – il 28-29 giugno del 2009 e l’8 aprile del 2011. Nell’ultimo raid sono state uccise 34 persone e sono state commesse gravi violazioni dei diritti umani (come è! ; possibile vedere in questo video). Ora che le truppe americane si apprestano a lasciare il paese, la preoccupazione aumenta: è evidente che l’Iraq si sta rapidamente trasformando in un satellite della Repubblica Islamica. Ayad Allawi, capo del principale partito di opposizione, ha denunciato con forza il brutale attacco contro i MEK, aggiungendo che al-Maliki, premier iracheno sostenuto dall’Iran, non ha fatto altro che ‘imprigionare persone innocenti, alimentare la corruzione e commettere gravi violazioni dei diritti umani’ da quando è al potere. La Resistenza chiede con forza alla Nazioni Unite e agli USA di rispettare gli impegni presi e di intervenire con decisione per evitare il massacro di persone innocenti ad Ashraf.
La sig.ra Rajavi ha poi espresso solidarietà ai manifestanti della ‘primavera araba’, dalla Siria alla Libia, ha elogiato il loro coraggio invitandoli a non desistere nella lotta per la libertà. Quindi rilancia il programma politico della Resistenza: ‘Il nostro obiettivo è stabilire una repubblica democratica basata sulla separazione fra stato e chiesa e sull’uguaglianza di genere […]. Vogliano un Iran senza bomba atomica. […] Il nostro programma si può così riassumere: libertà, uguaglianza e supremazia del voto popolare’.
Al termine del discorso la folla è esplosa in un boato: ‘Viva la Resistenza, viva Ashraf, viva la libertà!’ Con questo slogan, ripetuto come un mantra, gli Iraniani della diaspora tengono accesa la fiamma della speranza, e si congedano in serata rimandando l’appuntamento all’anno prossimo, a Teheran. Ci auguriamo che sia davvero così.
Davide Meinero
alle
15:56
sabato 4 giugno 2011
Teheran: l’attivista Haleh Sahabi picchiata a morte durante i funerali del padre
LE NOSTRE CONDOGLIANZE ALLA FAMIGLIA DELLA SIGNORA HALEH SABAHI
Nella foto Haleh Sabahi, uccisa sotto i calci e pugni delle forze di sicurezza durante i funerali del padre Ezattolah Sabahi
Articolo 21 - ESTERI
di Marco Curatolo
Nel crepuscolo impazzito di un regime, succede in Iran che le autorità di quella Repubblica che si fa chiamare Islamica profanino un sacro dovere prescritto dall’Islam: il compianto dei morti. Quando i defunti sono oppositori o dissidenti, il rischio che i funerali siano occasione di protesta e rivolta viene combattuto senza lasciare spazio al rispetto per chi non c’è più, né alla pietas per il dolore di chi sopravvive. In quei casi gli sgherri del regime vietano ai figli di piangere i padri, trafugano i cadaveri per sottrarli all’omaggio della gente, impongono sepolture segrete e notturne, disperdono con la violenza i cortei funebri, e spesso ne arrestano i partecipanti. Era successo nel 2009, per decine di giovani ammazzati dalle milizie basiji durante le manifestazioni post-elettorali; era risuccesso pochi mesi fa quando lo scomparso era l’ultranovantenne padre del leader dell’opposizione, Mir Hossein Mousavi.
Ma il 1° giugno 2011 è avvenuto qualcosa di più: Haleh Sahabi, 54 anni, nota e stimata attivista per i diritti delle donne, nonché membro delle Madri per la Pace, è morta in seguito alle percosse subite mentre partecipava alla preghiera comune per il padre, Ezatollah Sahabi, deceduto il giorno prima. Ci sono volute molte ore perché una ricostruzione attendibile dei fatti filtrasse tra le bugie diffuse dalle fonti ufficiali (si voleva inizialmente accreditare la tesi di un infarto dovuto allo stress e all’emozione); e, quando la verità è venuta alla luce, per volontà del regime Haleh era stata già sepolta in tutta fretta, di notte, fuori da Teheran. Succede, in Iran, anche questo.
I fatti. Ezatollah Sahabi, 81 anni, muore il 31 maggio. Ammalato da tempo, era uno dei padri nobili dell’opposizione iraniana. Leader della Coalizione Melli-Mazhabi (Nazionalista-Religiosa), prigioniero politico sia sotto lo Shah che sotto la Repubblica Islamica, era una figura carismatica dell’area riformista. Sua figlia Haleh era rinchiusa nel carcere di Evin dall’agosto 2009. Era stata arrestata nella piazza del Parlamento di Teheran il giorno in cui era ufficialmente cominciato il secondo mandato presidenziale di Mahmoud Ahmadinejad, dopo le contestate elezioni del 12 giugno. Condannata a due anni di prigione, le era stato ripetutamente impedito di uscire dal carcere per visitare il padre in ospedale. Il permesso era stato finalmente concesso giusto in tempo per partecipare al suo funerale.
Considerato il prestigio di cui Ezatollah Sahabi godeva, le sue esequie erano considerate ad alto rischio dal regime, che temeva una presenza eccessiva di folla e possibili proteste. Le forze dell’ordine, per tenere la situazione sotto controllo, sono entrate nella casa della famiglia Sahabi la sera prima della cerimonia e ci sono rimaste tutta la notte. Al mattino, gli agenti hanno promesso che avrebbero consentito al corteo funebre un breve percorso a piedi, prima di caricare il feretro in una macchina per impedire che troppa gente si accalcasse. La promessa non è stata mantenuta: al corteo è stato imposto di cambiare strada e impedito di accompagnare il defunto. Haleh Sahabi, tenendo alta tra le mani la foto del padre, ha protestato. Gli agenti in borghese si sono avventati su di lei tentando di strapparle l’immagine e colpendola con forza all’altezza dello stomaco. Haleh è caduta in terra e non si è più rialzata.
Le autorità hanno per tutta la giornata accreditato la tesi di una morte per infarto, dovuta alla tensione e allo spavento. Nel frattempo, il corpo di Haleh Sahabi è stato trafugato e restituito alla famiglia solo dopo che aveva accettato di firmare documenti che avallavano la ricostruzione ufficiale: Haleh sarebbe stata malata di cuore e la morte per infarto sarebbe perciò da considerasi un esito naturale di uno stato di stress. Versione contraddetta da molti testimoni, tra i quali Hamed Montazeri, nipote dello scomparso grande ayatollah dissidente. Montazeri ha detto che la Sahabi è stata colpita ripetutamente con violenza e che, sia che la causa della morte siano stati i colpi ricevuti, sia che sia stato il grande spavento, in ogni caso “si può affermare inequivocabilmente che Haleh Sahabi è stata assassinata”.
Ma che non si sia trattato di una morte per spavento lo prova la testimonianza di un medico che ha visitato la donna nell’ospedale in cui è stata ricoverata, in condizioni ormai disperate. Il suo cuore batteva ancora, i polmoni funzionavano, e il colore pallido del suo volto era incompatibile con le condizioni di un paziente infartuato. Al contrario, Haleh Sahabi mostrava lividi e segni dei colpi subiti sulla parte sinistra del torace. Secondo lo stesso medico, è probabile che la morte sia sopravvenuta a causa delle lesioni interne, in particolare della rottura della milza, in seguito alle percosse.
Altri dettagli forniti dai testimoni confermano la brutalità dell’aggressione. Una volta caduta a terra, Haleh Sahabi sarebbe stata ulteriormente colpita, anche a calci. Gli agenti in borghese pensavano che stesse recitando una commedia e le hanno intimato di rialzarsi. Quando si sono resi conto che non era possibile, con malagrazia l’hanno caricata su un’ambulanza e l’hanno portata via.
La famiglia Sahabi ha chiesto alle autorità un esame autoptico indipendente, ma non è stato concesso. Il regime ha voluto chiudere rapidamente, e con meno clamore possibile, la questione, obbligando la famiglia a dare sepoltura a Haleh presso Lavasan, un piccolo centro fuori da Teheran, con poca gente presente e nell’oscurità.
Sicché, in tarda sera, la giornata che era cominciata con la cerimonia funebre per Ezatollah Sahabi, si è conclusa con quella di sua figlia Haleh.
alle
02:20
venerdì 3 giugno 2011
Parlamento di San Marino approva all'unanimita' la risoluzione sulla protezione di Ashraf
Giovedì 02 Giugno 2011 11:10
Repubblica di San Marino
CONSIGLIO GRANDE E GENERALE
SEDUTA DELL’11 MAGGIO 2011
OGGETTO: Ordine del Giorno presentato dal Consigliere Giuseppe Maria Morganti concordato con la Segreteria di Stato per gli Affari Esteri a condanna delle operazioni militari compiute da forze irachene nel Campo di Ashraf e affinchè le Nazioni Unite rafforzino la relativa azione di protezione e monitoraggio nel Campo di Ashraf
IL CONSIGLIO GRANDE E GENERALE
nella seduta dell’11 maggio 2011
approva all’unanimità
il seguente Ordine del Giorno:
“L’8 aprile 2011 forze speciali dell’esercito iracheno sono entrate nel campo di Ashraf, un territorio riconosciuto a livello internazionale in cui circa tremila iraniani contrari all’attuale regime che governa l’Iran hanno trovato protezione.
L’incursione ha provocato l’uccisione di 35 persone e più di 300 feriti gravi tra i civili.
Ciò è avvenuto nonostante i residenti di Ashraf godano del regime di protezione stabilito dalla IV Convenzione di Ginevra e in forza di questo devono essere loro riconosciuti i diritti umani fondamentali.
Il Governo iracheno, contravvenendo ai suoi impegni, sollecitato dalle richieste del regime iraniano, sta mantenendo un ferreo presidio all’interno del campo e minaccia un nuovo attacco militare contro una popolazione inerme.
Drammatica è anche la situazione che si è determinata nel campo in relazione all’assistenza ai feriti, infatti la popolazione non dispone di presidi sanitari per affrontare la complessità delle ferite da arma da fuoco provocate, mentre esistono enormi difficoltà per ricoverare i feriti più gravi negli ospedali militari delle forze degli Stati Uniti presenti in Iraq.
Alla luce di questa drammatica situazione e del sostegno solidale che la Commissione Consiliare Affari Esteri ha già espresso nel confronti del movimento di liberazione dell’Iran
il Consiglio Grande e Generale
si associa alle posizioni espresse dall’Alto Commissario per i Diritti Umani, Navy Pillay, e dalla Missione d’assistenza per Iraq delle Nazioni Unite (UNAMI) e, in particolare:
esprime la propria condanna nei confronti delle operazioni militari delle forze irachene nel Campo di Ashraf;
invita ad aprire un’indagine completa, indipendente e trasparente sulle ragioni dell’attacco militare nel Campo,
esorta a fornire assistenza umanitaria e a garantire l’accesso ai servizi medico-sanitari, affinchè i numerosi feriti possano trovare assistenza e siano garantite le condizioni d’igiene e sicurezza indispensabili per la vita della popolazione,
invita le Nazioni Unite a rafforzare la propria azione di protezione e monitoraggio nel Campo di Ashraf e, soprattutto, a ricercare una soluzione all’attuale situazione che, nel rispetto della sovranità dell’Iraq, garantisca il diritto internazionale umanitario e i diritti umani.”.
alle
14:10
E’ URGENTE LA REAZIONE INTERNAZIONALE CONTRO LA REPRESSIONE DEL REGIME SIRIANO Dichiarazione dell’On. Fiamma Nirenstein
E’ URGENTE LA REAZIONE INTERNAZIONALE CONTRO LA REPRESSIONE DEL REGIME SIRIANO
Dichiarazione dell’On. Fiamma Nirenstein, Vicepresidente della Commissione Esteri
“È con orrore che apprendo la notizia che Bashar al-Assad, il dittatore siriano ha lanciato un attacco militare contro la grande manifestazioni popolare che ha avuto luogo ieri ad Hama uccidendone 34 persone. E’ la stessa città in cui nel 1982 suo padre Hafez al-Assad ha compiuto una delle più grande stragi della storia delle repressioni dei regimi mediorientali.
La repressione in Siria è la più violenta fra quelle compiute in questo periodo di rivolte dai dittatori arabi contro i loro popoli. E’ indispensabile che il consesso internazionale - l’Unione Europea, gli Stati Uniti, l’Onu - agisca prontamente per fermare la strage che ha falcidiato anche centinaia di donne e bambini.
Il Segretario di Stato Americano Hillary Clinton ha detto che la legittimità di al-Assad è stata quasi cancellata. In realtà la crudeltà del rais contro i suoi stessi concittadini l’ha cancellata del tutto.”
Roma, 3giugno 2011
alle
13:22
martedì 31 maggio 2011
Ashraf, la resistenza iraniana zittita nel sangue

30/05/2011
di Paola D'Orazio
Da alcuni mesi le cronache mediorientali hanno guadagnato le prime pagine dei quotidiani di tutto il mondo. E in molti – in Occidente e non solo – esultano per il vento di libertà e cambiamento che soffia sul Nord Africa e il Medio Oriente. Ci sono – però – delle storie di resistenza che durano da decenni e non riescono a raggiungere i riflettori.
È questo il caso del Campo di Ashraf, enclave iraniana nel cuore dell’Iraq. Ashraf si trova a 60 Km a nord di Baghdad e dista 120km dal confine iraniano. Protetti da Saddam Hussein, dal 1986 iniziarono ad arrivare nella città i mujaheddin del popolo iraniano, un’associazione di dissidenti decisi a sovvertire il regime della Repubblica Islamica attraverso la lotta armata. I loro nemici giurati erano il fondamentalismo e l’integralismo islamico, incarnati nella figura dello Shah e dei teocratici di Teheran. Ma quelli erano gli anni della Prima Guerra del Golfo; anni segnati da massacri, scontri, violenze che hanno pesato sul futuro di entrambe le nazioni.
L'ingresso ad Ashraf, enclave iraniana nel cuore dell'Iraq
Una vicenda intricata – dunque – quella della resistenza iraniana che ha contribuito a scrivere pagine importanti della storia mondiale. Dal 2003, quando il regime di Saddam è stato rovesciato dagli USA, molte cose sono cambiate anche per i mujaheddin: i residenti di Ashraf hanno buttato via le armi, dichiarando la loro neutralità e ricevendo in cambio la protezione degli americani, divenuti i responsabili della sicurezza del campo.
Ma, come ci racconta Sharzad Sholeh, presidente dell’Associazione Donne Democratiche Iraniane in Italia, nel 2009 il controllo del campo è passato nelle mani delle Autorità irachene e da quel momento sono iniziati attacchi armati “incondizionati” sugli abitanti della cittadina. Fino al 2009 ad Ashraf si respirava aria di pace e serenità: dopo la deposizione delle armi da parte della resistenza, la città era una vera oasi nel deserto con le sue scuole, la sua università, il suo ospedale, la sua moschea. Con la transizione, invece, le 3500 persone che attualmente risiedono ad Ashraf vivono nella paura quotidiana di attacchi da parte dei militari iracheni.
Gli iraniani di Ashraf temevano questo passaggio di poteri, sostenendo che l’attuale governo iracheno fa il gioco di Teheran: l’ayatollah Ali Khamenei (dal 1989 Guida Suprema della Repubblica Islamica) e il presidente Mahmoud Ahmadinejad stanno tentando in tutti i modi di far chiudere il campo e disperdere i dissidenti, da sempre una spina nel fianco del regime. Sharzad, nel suo racconto puntuale ed emozionato, si erge quasi a portavoce dei residenti di Ashraf e ci tiene a rimarcare le difficoltà quotidiane di queste persone costantemente minacciate dall’esercito iracheno, nel quale è molto probabile che si nascondano infiltrati inviati direttamente da Teheran.
Ad un primo attacco del 28-29 luglio del 2010, se ne sono succeduti altri il 26 dicembre 2010 e il 7 gennaio 2011. L’ultimo, uno dei più cruenti, risale a circa due mesi fa, l’8 aprile. In quell’occasione sono morte 35 persone e 120 sono rimaste ferite. Sharzad, che con la sua associazione cerca di dare voce anche a questi avvenimenti, lamenta l’impossibilità per i feriti di ricevere le necessarie cure mediche, con il rischio che il numero dei morti salga vertiginosamente. I residenti del campo sono protetti dalla Quarta Convenzione di Ginevra (che protegge da maltrattamenti e violenza i civili che si trovano in mano nemica o in territorio occupato, compresi i membri di forze armate che abbiano deposto le armi e le persone messe fuori combattimento) ma di fatto ad essi vengono negati molti dei diritti fondamentali, primo tra tutti quello alle cure mediche.
Sharzad ci tiene inoltre a rimarcare l’importanza di alcune – legittime – richieste avanzate dai residenti di Ashraf (sostenuti anche dal Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana che ha sede a Parigi) a seguito dell’ultimo attacco inferto dai militari iracheni alla città: il trasferimento immediato dei feriti nella struttura sanitaria americana vicino Ashraf, l’accesso alle cure mediche e alla sepoltura dei morti, vietata ed osteggiata dalle forze irachene, maggiore sicurezza e protezione per ogni membro della comunità.
La comunità Internazionale si sta muovendo – come dimostrano i numerosi appelli e interventi pubblicati anche sul sito dell’Associazione Donne Democratiche Iraniane in Italia – e in molti, dall’Europa agli Stati Uniti, hanno condannato l’azione irachena su Ashraf, arrivando a definirla, come ha recentemente dichiarato l’europarlamentare scozzese Struan Stevenson “una annichilazione in stile Srebrenica dei rifugiati del campo”. (report Struan Stevenson, EP scozzese)
La gravità di quello che è avvenuto – e continua ad avvenire – nei pochi chilometri quadrati della città di Ashraf pare essere uno dei tanti buchi neri della diplomazia mondiale, oltre che un banco di prova per l’Iraq post-Saddam sul tema della garanzia e rispetto dei diritti umani. La resistenza iraniana non è parte della storia come già lo sono i movimenti che hanno dato vita alla primavera araba. Per questo è importante che lo sguardo del mondo si rivolga anche a questa storia dimenticata che ha molto da insegnarci sul rispetto dei diritti umani e della rule of law in un’area del pianeta che da troppo tempo convive con violenza, dolore e paura.
alle
10:39
lunedì 30 maggio 2011
M.O., Nirenstein: uno Stato palestinese democratico a fianco di uno Stato ebraico deve essere la priorità della comunità internazionale
Dichiarazione dell’On. Fiamma Nirenstein (Pdl), Vicepresidente della Commissione Affari Esteri della Camera
Si è svolto questa mattina alla Camera dei Deputati il convegno organizzato dall’associazione SUMMIT, presieduta dall’On. Fiamma Nirenstein, dal titolo “Medio Oriente: nuovi scenari. L’accordo Fatah-Hamas, la dichiarazione unilaterale dello stato palestinese, la minaccia della terza intifada”, al quale hanno partecipato l’attivista per i diritti umani palestinese Bassam Eid, direttore del Palestinian Human Rights Monitor Group; l’israeliano Dan Diker, segretario generale del World Jewish Congress; l’On. Umberto Ranieri (Pd), già sottosegretario al Ministero degli Affari Esteri e il Sen. Luigi Compagna (Pdl), componente della Commissione Esteri del Senato. I relatori hanno dato vita a un acceso dibattito, che ha suscitato numerose domande dal pubblico, sul significato e i possibili sviluppi politici dei moti anti-dittatoriali che hanno scosso il Maghreb e la regione mediorientale tutta - dalla Tunisia allo Yemen, passando per l’Egitto fino ai moti anti-Assad della Siria.
In particolare si è discusso del recente accordo di riunificazione siglato al Cairo tra Hamas e Fatah. Su questo punto è emerso generale accordo tra gli intervenuti sul fatto che Hamas, organizzazione terroristica inserita nella lista nera di UE e USA, costituisca l'ostacolo maggiore alla possibilità di pace e mutuo riconoscimento tra palestinesi e israeliani, alla luce del suo rifiuto di riconoscere il diritto all’esistenza di Israele. Bassem Eid ha evidenziato le colpe della leadership palestinese, sia in Cisgiordania sia a Gaza, dove Hamas nonostante l’occasione avuta dopo il disimpegno israeliano del 2005, non ha trovato di meglio da fare che lanciare missili sulla popolazione civile israeliana, suscitando così la dura reazione dell’esercito nel 2009. Eid ha spiegato anche come la società civile palestinese abbia interiorizzato la convivenza accanto allo Stato israeliano molto più di quanto la propria leadership non voglia far credere nei negoziati e ha sottolineato come la questione cruciale sulla quale dovrebbe concentrarsi la comunità internazionale sia la natura del futuro Stato palestinese: una democrazia o una dittatura? Secondo l’attivista palestinese, che da anni denuncia le violazioni dei diritti umani nei Territori Palestinesi, la prospettiva attuale è quella dell’avallo di una nuova, ennesima dittatura in Medio Oriente. “Non abbiamo bisogno di un altro Gheddafi” ha concluso Eid.
Intervenendo a chiusura del convegno, l’On. Nirenstein ha affermato che la premessa a un vero rilancio del processo di pace tra israeliani e palestinesi è che “Mahmoud Abbas, il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, agisca come il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, quando, agli inizi del suo mandato, all’università di Bar Ilan, si è detto pubblicamente pronto al riconoscimento di uno Stato palestinese accanto a quello israeliano. Abbas deve fare la stessa cosa: andare di fronte al suo popolo e dire che si impegna a riconoscere l’esistenza di uno Stato degli ebrei che viva in pace accanto allo Stato dei palestinesi. Solo allora si potranno realizzare le condizioni per un vero rilancio del processo di pace israelo-palestinese”.
A questo link è possibile vedere la registrazione del convegno: http://www.radioradicale.it/scheda/328521
Roma, 30 maggio 2011
AVVISO: Questo messa
alle
10:48
sabato 28 maggio 2011
venerdì 27 maggio 2011
Iran: uso disumano dei bambini nelle esecuzioni pubbliche

Ghazvin, vicino a Teheran, 25.05.2011
Nella foto dell'esecuzione pubblica si nota bene un ragazzino che toglie la sedia su cui regge il condannato a morte.
alle
06:42
domenica 15 maggio 2011
Iran-Siria: scomparsa nel nulla reporter Al Jazira
MondoPercorso:ANSA.it
Secondo Damasco espulsa a Teheran, che dice non sapere nulla
14 maggio, 19:01
TEHERAN- Sembra essere scomparsa nel nulla Dorothy Parvaz, la giornalista americana-canadese-iraniana di Al Jazira di cui non si hanno piu' notizie dal 29 aprile, quando arrivo' a Damasco per coprire gli sviluppi delle proteste in Siria. Dopo che la Siria ha detto di averla espulsa verso l'Iran, oggi Teheran ha replicato di non avere ''nessuna informazione'' su di lei. La vicenda si fa dunque sempre piu' complicata e preoccupante per la famiglia, gli amici e i colleghi della donna, che da oltre due settimane non riescono ad avere notizie sulla sua sorte.
Singolare, inoltre, appare il contrasto tra le versioni fornite dalle autorita' di Siria e di Iran, due Paesi che da 30 anni sono uniti in un 'asse di ferro' anti-israeliano nella regione. Da quando in Siria sono cominciate le manifestazioni contro il regime del presidente Bashar al Assad, Teheran le ha denunciate come il frutto di una ''cospirazione'' proprio di Israele e degli Usa. Era stata Al Jazira, il 2 maggio scorso, a denunciare la scomparsa di Dorothy Parvaz, 39 anni, affermando di non avere avuto piu' notizie di lei da quando era sbarcata all'aeroporto di Damasco proveniente da Doha con un volo della Qatar Airways. Soltanto l'11 maggio l'ambasciata siriana a Washington ha fatto sapere che la giornalista aveva cercato di entrare nel Paese ''illegalmente'' con un visto turistico - anziche' giornalistico - e con un passaporto iraniano scaduto. Per questi motivi il primo maggio era stata espulsa verso l'Iran ''secondo quanto stabilito dalla normativa internazionale'' poiche' la Repubblica islamica era ''il Paese che aveva emesso il passaporto''.
Secondo la stessa nota, la giornalista era stata ''scortata dal console iraniano al volo 7905 della Caspian Airlines diretto a Teheran''. Ma oggi una dichiarazione del ministro degli Esteri iraniano, Ali Akbar Salehi, e' scesa come una doccia fredda sulle speranze di chi si aspettava una soluzione della vicenda. Teheran non ha ''nessuna informazione'', ha affermato il capo della diplomazia iraniana, citato dall'agenzia ufficiale Irna. Nata a Teheran da padre iraniano e madre statunitense nel 1971, Dorothy Parvaz ha lasciato l'Iran quando aveva 10 anni e da allora ha vissuto a Dubai, in Canada e negli Usa. In Giappone ha coperto per Al Jazira il terremoto e lo tsunami del marzo scorso. Per la sua liberazione si sono mobilitati tra gli altri Amnesty International, Reporter senza Frontiere e il Dipartimento di Stato americano.
alle
09:12
NUOVA ONDATA DI ESECUZIONI
Teheran, 14 mag. - (Adnkronos/Aki) - Nuova ondata di condanne a morte eseguite nella Repubblica Islamica. Secondo i media iraniani, sette uomini sono stati impiccati per traffico di droga nei penitenziari di Kerman, nel sud, Qazvin, ad ovest e Tonekabon, nel nord. Altre quattro persone accusate di stupro sono salite sul patibolo a Yazd, nell'Iran centrale, tre delle quali sono state giustiziate in pubblico.
alle
09:10
venerdì 13 maggio 2011
Non c'è solo la Libia, anche Baghdad va a fuoco
di Daniel Pipes
Liberal
12 maggio 2011
http://it.danielpipes.org/9799/baghdad-va-a-fuoco
Iraq - A Province of Iran?
Dopo che le forze americane lasceranno l'Iraq alla fine del 2011, Teheran cercherà di trasformare il suo vicino in una satrapia (cioè una provincia, uno stato satellite) a grande svantaggio degli interessi occidentali, arabi moderati ed israeliani. L'Iran sta lavorando con grande solerzia per raggiungere questo obiettivo, sia appoggiando le milizie irachene sia inviando le proprie truppe nelle zone di confine. Baghdad reagisce con debolezza a questo progetto, con il suo capo di Stato Maggiore che propone un patto regionale con l'Iran e i politici di spicco che ordinano attacchi contro il Mujahedeen-e-Khalq (Mek), un'organizzazione di dissidenti iraniani con 3.400 membri residenti a Camp Ashraf, a 60 miglia a nordest di Baghdad. La questione del Mek è l'emblema della sottomissione irachena all'Iran. Anche alla luce di alcuni sviluppi recenti.
Ancora un video trasmesso da Fox News in cui le forze militari irachene attaccano Camp Ashraf.
Il 7 aprile scorso il Mek ha reso pubbliche delle informazioni riguardo la crescente capacità iraniana di arricchire l'uranio, una rivelazione che il ministro degli Esteri iraniano ha rapidamente confermato.
L'8 aprile, proprio mentre il segretario alla Difesa Usa Robert Gates visitava l'Iraq, le forze armate del paese hanno attaccato Ashraf. Le sequenze trasmesse da Fox News e dalla CNN mostrano gli iracheni negli Humvees, i veicoli blindati per il trasporto truppe forniti dagli Usa, e i bulldozer che travolgono i residenti disarmati, mentre i cecchini sparano contro di loro, uccidendo 34 persone e ferendone 325. L'ordine del piano d'attacco top secret dell'esercito iracheno "l'Iraqi Security Forces Operation Order No. 21, Year 2011", rivela come Baghdad consideri i residenti di Ashraf come «il nemico», evidenziando una collusione tra Baghdad e Teheran.
Questo episodio ha avuto luogo malgrado le recenti promesse di Baghdad di trattare umanamente i dissidenti iraniani e di proteggerli. Il presidente della Commissione per le Relazioni estere del Senato Usa John Kerry ha giustamente descritto l'attacco come un «massacro», mentre l'ex-governatore Howard Dean ha definito il premier iracheno un «assassino di massa». L'Alto Commissario Onu per i diritti umani «ha condannato» l'attacco e la Missione Onu di Assistenza all'Iraq (Unami) ha espresso una «profonda preoccupazione».
Il premier iracheno Nouri al-Maliki e il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad.
L'11 aprile, il consigliere per gli affari militari del Leader supremo iraniano Ali Khamenei (secondo un comunicato stampa) «ha elogiato l'esercito iracheno per il suo recente attacco alle roccaforti [del Mek] e ha chiesto a Baghdad di continuare ad attaccare la base terroristica fino a distruggerla».
Il 24 aprile, malgrado l'insistenza delle Nazioni Unite che «i residenti di Camp Ashraf fossero protetti dalla deportazione forzata, dall'espulsione o dal rimpatrio», Baghdad e Teheran hanno siglato un accordo di estradizione che i media di stato iraniani interpretano come un meccanismo per trasferire forzatamente i membri del Mek in Iran, dove li aspetta un destino terribile.
I maltrattamenti iracheni dei dissidenti iraniani non solo sollevano delle preoccupazioni umanitarie, ma mettono anche in evidenza una maggiore importanza del Mek come meccanismo volto a contrastare l'obiettivo americano di minimizzare l'influenza di Teheran in Iraq.
Detto questo, Washington – che nel 2004 ha concesso lo status quo di "persone protette" ai residenti di Ashraf in cambio della loro resa – ha una parziale responsabilità per gli attacchi contro Ashraf; nel 1997, ha dato un contentino a Teheran e, contrariamente alla realtà e alla legge, ha ingiustamente annoverato (e continua a farlo) il Mek nella lista delle Organizzazioni terroristiche straniere. "Un'etichetta" che Baghdad sfrutta a suo vantaggio. Ad esempio, il deputato Usa Brad Sherman (democratico della California) asserisce che «in occasione di discussioni private, l'ufficio dell'ambasciatore iracheno ha detto che le mani del governo iracheno non sono imbrattate di sangue, ma almeno in parte lo sono quelle del Dipartimento di Stato perché il Mek compare nella lista dei gruppi terroristici, e pertanto, l'Iraq non ritiene di dover rispettare i diritti umani di coloro presenti nel campo». La designazione terroristica offre altresì a Baghdad un pretesto per espellere i residenti di Ashraf e possibilmente estradarli in Iran.
L'Unami è stata istituita nel 2003 ed è diretta dal.
In questo momento di crisi, come rispondere all'appello del senatore Kerry lanciato a «tutte le parti interessate (…) per cercare una soluzione pacifica e durevole?» Qui di seguito tre raccomandazioni: 1) Al governo Usa. Eliminare il Mek dalla lista delle organizzazioni terroristiche, in seguito alla volontà di una larga maggioranza bipartisan in seno al Congresso, dell'ex-consigliere per la sicurezza nazionale di Barack Obama e di eminenti repubblicani. 2) All'Unione europea. Imporre delle sanzioni economiche all'Iraq, se Baghdad continuerà a bloccare una delegazione di parlamentari dell'Ue che desidera visitare Ashraf (non dimentichiamoci che l'Ue è il secondo partner commerciale dell'Iraq). 3) Alle Nazioni Unite. Insediare ad Ashraf una delegazione dell'Unami, sorvegliata da una piccola forza Usa, per impedire futuri attacchi iracheni e soddisfare la richiesta dell'Alto Commissario Onu per i diritti umani di avviare «un'inchiesta completa, indipendente e trasparente» sull'attacco ad Ashraf in modo che «qualsiasi persona responsabile di un uso eccessivo della forza» venga perseguita. Perché è arrivato il momento di agire con urgenza a Camp Ashraf, apripista di una crescente influenza iraniana sull'Iraq, prima che Teheran trasformi l'Iraq in una satrapia.
alle
14:21






