sabato 27 febbraio 2010

IRAN: IMPICCATI ALTRI 8 DETENUTI



Iran: impiccati otto condannati per omicidio e droga

Teheran, 27 feb. (Adnkronos/Dpa) - Impiccati oggi in Iran otto condannati per omicidio e traffico di droga. Lo rendono noto oggi le agenzie di stampa locali, secondo le quali nella citta' nordoccidentale di Birjan sono stati impiccati tre condannati per l'omicidio di diversi agenti di polizia. Erano invece stati trovati colpevoli di crimini collegati al traffico di droga i cinque impiccati a Kerman, nel sudest dell'Iran. Le famiglie delle vittime hanno assistito alle esecuzioni a Birijan.

L'Italia salva 2 dissidenti condannati a morte dal regime di Teheran



Nella foto: europarlamentare Potito Salatto
Davood Karimi: un caloroso ringraziamento della comunità iraniana al europarlamentare del Pdl, Potito Salatto per il suo impegno umanitario a favore di coloro che sfuggono dalle barbarie del regime di Ahmadinejad.


di Enza Cusmai
Il Giornale.it

I giovani erano ricercati per motivi politici. Scappati in Turchia stavano per finire nella mani del boia. Da Bruxelles l’intervento della diplomazia di Roma. Il deputato europeo Potito Solatto impedisce l'estradizione all'ultimo minuto




Salvati in extremis dall’impiccagione certa. Come succede in un film d’azione. Invece qui è tutto vero. Merito del tempestivo intervento di Potito Salatto, parlamentare europeo del Ppe e membro della delegazione interparlamentare Iran. Ieri, infatti, due giovani iraniani dell’opposizione sono stati sottratti al regime di Teheran che non perdona i dissidenti politici. E Salatto, mentre racconta in esclusiva la vicenda al Giornale, non nasconde l’emozione. «Oggi sono felice. Mi sembra di aver salvato due figli».

Salatto in effetti, è uomo di lungo corso. Mentre i due iraniani che ha messo al sicuro sono giovani, uno di 22 e l’altro di 31 anni. In Iran, il regime li avrebbe fatti impiccare. E invece ora sono in Turchia. Coccolati dall’ambasciata in attesa che il loro caso umano sia risolto. Ma le premesse di finale a lieto fine ci sono tutte. «I due iraniani hanno intenzione di chiedere l’asilo politico in Italia. Il ministro per le Politiche comunitarie, Andrea Ronchi, ha già offerto la sua disponibilità - spiega Salatto -. Manca il nullaosta di Franco Frattini. Ma sono certo che il ministro degli Esteri non si tirerà indietro. Lui è un uomo di grande sensibilità».

Salatto conosce i suoi referenti. E sa muoversi con disinvoltura nella macchina burocratica di Bruxelles. Ed è da lì che ha manovrato l’intera di operazione di salvataggio. «Ieri mattina - racconta - ho ricevuto una telefonata da esponenti dell’opposizione iraniana che mi chiedevano aiuto per due giovani bloccati dalla polizia turca e privi di documenti di riconoscimento». I due, infatti, erano sprovvisti di tutto, perché, arrestati dal regime di Teheran e in attesa dell’esecuzione capitale, erano riusciti miracolosamente a fuggire. Il loro reato? Aver manifestato in piazza pacificamente contro l’attuale dittatura. Una dimostrazione democratica che in Iran costa la vita. «Sono più di cento i dissidenti che aspettano di essere decapitati per le loro convinzioni politiche ed è già stato ammazzato un giovane di 16 anni per questo - ricorda Salatto -. Tra l’altro alcuni di quelli che finiscono in carcere spariscono».

Ma per i due giovani «miracolati» ieri è cominciata una nuova vita, anche se fuori dal loro Paese. Ora sono al sicuro e tremano ancora all’idea di essere rispediti a Teheran. Cosa impossibile per due rifugiati politici. Il rischio però è stato grande. Infatti, una volta fuori dal carcere, i due sono riusciti a sfuggire ai controlli di frontiera iraniani e a superare il confine turco. Ma una volta in Turchia sono stati fermati dalla polizia locale perché privi di permesso di soggiorno. Inoltre, su di loro c’era stata una richiesta di estradizione del governo iraniano che la polizia di Ankara aveva accolto. Così, ieri, di due dissidenti sono stati caricati in automobile per essere trasportati al confine iraniano. Nel frattempo a Bruxelles arriva la «soffiata». Gli informatori spiegano la situazione a Salatto che contatta le autorità turche presenti a Bruxelles. «Grazie alla loro sensibilità - spiega l’europarlamentare - sono intervenuti dall’ambasciata turca e hanno bloccato l’auto a metà strada. Così i due giovani sono stati trattenuti in Turchia e siamo riusciti a salvarli».
Ora i ragazzi vogliono vivere in Italia. Se ci sarà il sì all’asilo politico del nostro Paese, la Turchia concederà (secondo fonti sicure) la loro estradizione. La storia finisce qui. Ed è la prima volta che possiamo raccontare un lieto fine. I nomi dei due rifugiati non si possono fare per motivi di sicurezza. «Abbiamo paura che rivelando la loro identità, il regime possa prendersela con le loro famiglie», spiega Salatto. Intanto l’intervento potrebbe creare un incidente diplomatico tra Italia e Iran. Anche se l’esponente del Ppe esclude l’ipotesi. «Il responsabile dell’ambasciata iraniana a Bruxelles mi ha pregato di riaprire un dialogo tra la delegazione interparlamentare europea e le autorità iraniane - spiega - una cosa che si può fare solo se il governo di Teheran dichiara una moratoria di quattro mesi sulle esecuzioni capitali». La risposta non è ancora arrivata.

giovedì 25 febbraio 2010

NOMINATO IL SUCCESSORE DI ABDOLMALEK RIGHI

Fonte: Iranpressnews
Dopo la cattura di Abdolmalek Righi da parte delle forze di sicurezza pakistane e la successiva consegna all'Iran del leader del gruppo Jondollah, il comitato centrale di questa organizzazione in un comunicato stampa, diffuso dai siti persiani, ha dato la notizia della nomina del signor Haj Mohammad Zaher Beluch come successore di Al Malek Righi.
Davood Karimi

lunedì 22 febbraio 2010

IL REGIME GUERRAFONDAIO DEI MULLAH VERSO LA COLLISIONE MILITARE INTERNAZIONALE

Come avevo sostenuto negli anni passati, il regime dei mullah a causa della sua politica atomica-terroristica sta andando a gran velocità verso una collisione militare con la comunità internazionale. Tale situazione in parte è dovuta anche alla politica di accondiscendenza euro-americana che per tanti anni ha sostenuto la politica di dialogo con il regime fondamentalista e terrorista di Ahmadienjad. Una politica talmente dannosa che ha incoraggiato sempre di più Teheran e il vertice dei mullah a tal punto che negli stessi momenti che si sedeva al tavolo delle trattative azionava con una mano il bottone delle sue autobombe sparse in Iraq e in Afghanistan uccidendo migliaia di innocenti e militari delle forze armate stranieri. La strategia di Teheran fu quello di sprofondare le forze stranieri coinvolti nella regione in una situazione intollerabile costringendole a scappare dal teatro di guerra. In parte la sua strategia ha avuto gli effetti desiderati e ha costretto molti paesi a ritirare le loro forze militare dalle zone di guerra.
In ogni caso devo sottolineare che il regime dei mullah nello stesso tempo che teme un attacco militare contro le sue basi militari atomici accoglierebbe anche a braccia aperte tali iniziative militari perchè darebbe loro una seria giustificazione per eliminazione fisica dell'intera opposizione interna ed esterna e allo stesso tempo gli darà la possibilità di mandare tutta la sua potenza terroristica-kamikaze in tutto il mondo occidentale mettendo a ferro e fuoco l'intero mondo civile.
In alternativa a tutto ciò e per evitare una catastrofica guerra mondiale bisognerebbe che il mondo accetti la terza via della signora Maryam Rajavi, presidente eletta dal Consiglio Nazionale della resistenza iraniana che consiste nel sostenere il popolo iraniano: "non alla guerra, non alla politica di accondiscendenza si al sostegno al popolo iraniano"
Davood Karimi

IRAN: PETRAEUS AVVERTE, USA SULLA "STRADA DELLA PRESSIONE"

24ORE

Washington, 17:43

Gli Stati Uniti hanno imoboccato 'la strada della pressione' per fermare il programma nucleare iraniano. E' l'avvertimento lanciato dal generale David Petraeus, che guida il Comando centrale per il teatro mediorientale. 'Credo che nessuno possa dire che gli Stati Uniti e il resto del mondo non abbiano dato all'Iran ogni opportunita' per risolvere le questioni attraverso la diplomazia', ha dichiarato Petraeus. .

domenica 21 febbraio 2010

A Pescara un incontro sulla resistenza iraniana contro la dittatura religiosa persiana



sabato 20 febbraio 2010

"Nonostante l'elevato numero di arresti, omicidi e danni, la rivolta segna una vittoria per il popolo e la campana a morte per il regime nella sua interezza". Il riferimento è alle manifestazioni dell'11 febbraio a Teheran, in occasione dell'anniversario della rivoluzione contro la monarchia. A parlare è Shaed, dell'associazione Donne democratiche iraniane in Italia, relatrice dell'incontro a sostegno della resistenza contro la dittatura religiosa persiana, autoorganizzato e autogestito da Moreno De Sanctis e Gildo Fantone, svoltosi ieri nella sala della Cgil di Pescara. Shaed è andata al sodo del problema: "Mentre il popolo iraniano vive sotto la soglia della povertà, il denaro, frutto della ricchezza del nostro paese viene speso per esportare terrorismo e per potenziamenti nucleari". Dall'incontro emerge un dato netto: sono molti i particolari che non conosciamo della repressione a Teheran, o per mancanza di consapevolezza, o per le gravi lacune dovute all'occultamento dell'informazione e alla censura. Al di là delle diverse posizioni che gli stati occidentali hanno assunto nei confronti della Resistenza iraniana (i mujaheddin del popolo sono tuttora considerati terroristi da Usa e Canada, ma nel 2009 l'UE li ha depennati dalla 'lista nera'), è infatti inevitabile il confronto con un popolo (quello iraniano tout court, per intero, a prescindere dal titolo di mujaheddin, dai colori politici e dalle classificazioni) che denuncia fieramente le violazioni quotidiane delle libertà politiche e sindacali, la discriminazione delle donne e la repressione violenta di ogni dissidenza. Maryam Rajavi, del Consiglio nazionale della Resistenza Iraniana, ha ricordato di aver portato nell'aprile 2006, all'attenzione del Consiglio d'Europa, i pericoli della dittatura religiosa: "Non chiediamo ai paesi stranieri né armi né denaro - aveva detto la Rajavi in quella sede - Il nostro scopo non è di prendere il potere a qualsiasi prezzo, ma di garantire la libertà e la democrazia a qualsiasi prezzo". Oggi l'Iran continua il suo percorso di lotta e punta dritto alla determinazione del popolo, ma la strada è irta di ostacoli. E non solo a Teheran. Basti pensare che dal 2009 la repressione e le difficoltà si moltiplicano a Camp Ashraf, centro di residenza in Iraq di 3400 dissidenti persiani, posti sotto l'egida della 4° Convenzione di Ginevra, passato, e non senza polemiche nell'opinione pubblica internazionale, dalla tutela statunitense, assunta nel 2003, a quella delle forze irachene, nel 2008. Proprio in questi giorni è stato reso noto che gli Amici del Gruppo del Parlamento europeo per un Iran libero (che comprende molti europarlamentari di diversi orientamenti politici e di diversi Stati membri) hanno chiesto al Presidente del Consiglio Europeo, all'Alto Rappresentante dell'Ue per gli Affari Esteri e al Segretario Generale dell'Onu, di "intervenire immediatamente per prevenire altri attacchi violenti contro Camp Ashraf e per chiedere la fine istantanea all´assedio che ha negato l´accesso al campo di medicinali, dottori, cibo, carburante e familiari negli scorsi 14 mesi". Si ricordi che già nell'agosto 2009 lo stesso New York Times aveva parlato, pur nell'assunto che gli Usa non avrebbero ripreso la tutela del centro, della necessità di fermare il bloodshed, lo spargimento di sangue, nei confronti dei residenti di Camp Ashraf. Mentre si ultimano queste righe, continuano le proteste e molti processi svoltisi sotto l'accusa di moharebeh, l'essere nemici di Dio, culminano in sentenza capitali. L'Onu riaccende i propositi di sanzioni, e anche la Russia ribadisce che ci vuole un 'pugno di ferro' contro i soprusi. "E' importante - ha concluso Shaed - che le sanzioni siano dirette al regime". Come dicono anche i sostenitori del movimento Free Green Iran, "Keep hope alive": mantieni viva la speranza.

Carlotta Giovannucci

venerdì 19 febbraio 2010

il regime dei mullah uno dei peggiori pericoli per ecosistema umana!

Quando un corpo estraneo entra in un ambiente sano ed equilibrato si inizia una dura battaglia contro intruso onde cacciarlo ed eliminarlo definitivamente. Nel caso del regime iraniano il percorso naturale di questa reazione è avvenuto in un modo assai anomalo, nel senso che il popolo iraniano ha cercato di reagire quando si è reso conto che Khomeini si era travestito da "liberatore della patria"! Ci fu una dura battaglia con migliaia di morti, feriti, prigionieri torturati, maltrattati fisicamente e moralmente, discriminazioni vari contro le donne e le etnie varie ecc...Invece la reazione della comunità internazionale a questo strano corpo virale fu diversa. la comunità internazionale, come nel caso delle industrie farmaceutiche hanno cercato di sfruttare di questo occasione onde accumulare la ricchezza. Ma una cosa gli è sfuggito. L'estrema pericolosità demagogica di questo virus-fenomeno e la sua capacità di trasformazione multipla. A tal punto che si presentava allo stesso momento in migliaia di forme e vesti in modo che di fronte agli occhi dell'interlocutore si manifestava uno spettacolo agghiacciante di mille facce e voci. Tale situazione ha creato tanta confusione tra coloro che avrebbero dovuto prendere e adottare delle misure urgenti per circoscriverlo. la comunità internazionale caduta in uno spirale di dannose politiche di accondiscendenza ha prestato in questa maniera dei pregevoli soccorsi al virus anzichè al paziente. Come un scienziato che senza prendere delle precauzioni maneggia un virus sconosciuto. si sa che prima o poi il virus lo conteggia e lo porta ala morte sicura. Ciò è avvenuto anche in questo caso. l'urto terroristico del regime iraniano ha colpito fortemente i paesi che fanno parte della politica di accondiscendenza tra cui Italia, America, Inghilterra, Francia, Germania, Russia e tanti altri paesi.
Il regime iraniano è un corpo estraneo nel corpo umano e assai dannoso per ecosistema mondiale umano.
davood karimi

giovedì 18 febbraio 2010

INGENTI SOMME ANDREBBERO IN RUSSIA, MA ANCHE IN CANADA E AUSTRALIA


"Khamenei-Putin, intesa per esportare capitali"
Flusso di denaro dall’Iran, i dissidenti “denunciano” 66 milionari. Nel mirino anche il figlio di Ahmadinejad
Fonte:IL SECOLO XIX
GIOVEDÌ
18 FEBBRAIO 2010

La stampa del Kuwait ha risollevato lo scandalo della fuga dei capitali iraniani all’estero, già aggallato nel 2009. Tra i 66 personaggi coinvolti figura il Gotha del governo di Ahmadinejad, il quale andò al potere proprio in nome della guerra alla corruzione [per i nomi e le cifre, vedi la infografia nel Pdf]. E adesso, mentre il popolo subisce la miseria, i vertici politici, religiosi e militari mettono il denaro in salvo. Nelle esecrate banche occidentali.
Karimi Davood, responsabile dei rifugiati politici iraniani in Italia, aggiunge altre indiscrezioni. Secondo l’opposizione infatti il flusso di denaro è diretto, oltre che in Europa, anche in Canada e Australia. Inoltre i Khamenei starebbero spostando ingenti capitali verso la Russia, in seguito a un accordo con Putin, in base al quale la famiglia della Guida Suprema otterrebbe salvacondotti e asilo politico, nel caso di un rovesciamento di regime.
Nel 2009 la stampa inglese aveva rivelato il ruolo crescente del figlio della Guida Suprema. Mojtaba Khamenei infatti è il successore designato ed è l’inflessibile “guardiano” del beit-e-rahbari (la residenza del padre, il quale subì un attentato nel 1981). Inoltre Mojtaba gestisce le milizie paramilitari responsabili della repressione negli ultimi anni, ed è stato tra gli sponsor della vittoria presidenziale di Mahmud Ahmadinejad. Tuttavia secondo Karimi Davood il suo ruolo viene surdimensionato per migliorare l’immagine della Guida Suprema, mentre in realtà si tratta di un semplice esecutore degli ordini paterni. Nel 2009 nel Regno Unito furono bloccati 1,6 miliardi a lui riconducibili, dopo che nel 2008 la UE aveva bloccato le filiali europee della banca Melli, con sanzioni finanziarie che anticipavano quelle in ballo in queste settimane. Il nepotismo è presente anche nella famiglia di Ahmadinejad: suo fratello Davood è diventato responsabile degli ispettori governativi, con un potere investigativo molto ampio. La sorella del presidente è membro dell’amministrazione comunale di Teheran. Il cognato è a capo di una Ong, mentre un nipote lavora al ministero dell’Industria.
Le dinastie politiche in Iran oggi hanno più potere degli scià nel periodo monarchico, e se la figlia dello speaker del parlamento ha sposato Mojtaba Khamenei, il principe Reza Pahlevi, primogenito dell'ultimo scià di Persia, si propone a capo di un’ipotetica restaurazione, sostenendo le ragioni degli oppositori: “Ci sono rischi di una reazione pesante”, ha dichiarato a France 24. Rifugiatosi negli Stati Uniti dal 1978 (dove ha compiuto studi militari), Reza Pahlevi ha una reputazione di duro nemico del komeinismo, ma è per la "disubbidienza civile" e per una transizione pacifica. Su questo punto Karimi Davood la pensa diversamente: la transizione pacifica è impossibile e intanto Mousavi e Karoubi hanno già alzato le mani, dopo le intimidazioni subite. Inoltre il governo starebbe inviando in Europa agenti incaricati di diffondere tra i media l’opinione che l’Onda verde non vuole recidere i fili della rivoluzione komeinista. Si tratterebbe di guerriglia mediatica, in realtà il movimento “chiede di arrivare alla destinazione finale”, cioè l’abbattimento del regime di Ahmadinejad, mentre nelle strade sale il grido Velayate Faqih! (A morte la Guida suprema). Nel caos che continua a montare persino il ritorno al potere dello scià appare possibile.
Paolo della Sala

mercoledì 17 febbraio 2010

Onu, che vergogna se l’Iran deciderà sui diritti dell’uomo



di Fiamma Nirenstein

Il Giornale, 17 febbraio 2010

Per capire cos’è diventato l’Onu basta pensare che forse a maggio l’Iran, con il suo carico di condanne a morte di dissidenti e omosessuali, con la sua persecuzione dei dissidenti, diventerà membro del Consiglio dell’Onu per i Diritti umani con il voto della maggioranza dei 192 membri dell’assemblea generale. Non c’è niente da ridere. Teheran ci sta lavorando parecchio, e le possibilità sono alte: i nuovi membri del Consiglio, composto di 47 Paesi, saranno eletti a scrutinio segreto. La durata del mandato è di tre anni. Il gruppo asiatico adesso ha a disposizione quattro posti e gioca su cinque candidati: la Malaysia, le Maldive, il Qatar, la Thailandia... e l’Iran. Un calibro da 90 rispetto agli altri, in grado di dire semplicemente «fatti più in là» a parecchi soggetti. E il gioco sarebbe fatto.

Dunque l’Iran potrebbe, magari mentre gli vengono comminate le famose sanzioni che tanto tardano nonostante la violenza fisica e la protervia atomica del regime, ricevere una legittimazione internazionale attraverso la maggioranza automatica dei Paesi non allineati e dei Paesi islamici, e acquisire così potere decisionale sulla moralità del mondo, su chi giudicare buono e chi cattivo, su chi spedire alla Corte penale internazionale, chi accusare di crimini di guerra. Del resto Ahmadinejad è già carico di medaglie delle Nazioni Unite, che gli hanno offerto pedane ben applaudite mentre condannava Israele a morte e invitava il presidente degli Usa a convertirsi all’Islam: l’Iran è già parte del direttivo (fatto da 36 membri) del Programma Onu per lo Sviluppo, membro del direttivo del World and food program, dell’Unicef, della Commissione narcotici dell’Onu con base a Vienna. Se l’Iran entrasse anche nel Consiglio, per i dissidenti che in questi giorni, di nuovo, sfidano le Guardie della rivoluzione e piangono morti, feriti, picchiati, rapiti, sarebbe un segnale di disprezzo e di abbandono così grave da risultare forse fatale.

Il Consiglio per i Diritti umani è in teoria la massima istanza in cui si giudica lo standard dei diritti umani nei vari Paesi dell’Onu. Esso è il prodotto di una riforma della screditata Commissione per i Diritti umani sciolta da Kofi Annan dopo avere difeso, invece dei dissidenti, quasi tutti i dittatori del mondo e dopo essersi scelto nel 2003 un presidente libico. Il nuovo Consiglio, nato nel 2006, non ha deviato dall’antica strada, e lo capì subito l’ambasciatore John Bolton, allora ambasciatore americano all’Onu, che non accettò di farne parte, mentre il nuovo organismo seguitava nella stessa identica politica: dal 2006 il Consiglio ha lanciato 33 condanne, l’Iran non ne ha mai ricevuta una come tanti altri violatori seriali dei diritti umani, una mezza dozzina riguardano la Birmania e la Corea, e se si gioca a indovinare chi invece se ne è beccate 27, è troppo facile. Il Sudan? No. La Cina? Nemmeno. Cuba? Per carità. Se le è beccate tutte Israele, e immaginiamo che nessuno sia troppo sorpreso. Inoltre il Consiglio solo l’anno scorso ha partorito sia la conferenza antisemita detta Durban 2 che l’Italia ha boicottato, che lo scandaloso rapporto Goldstone nato e confezionato allo scopo di accusare Israele di crimini di guerra, e che l’Italia non ha accettato. E anche adesso la coraggiosa ambasciatrice d’Italia a Ginevra, Laura Mirachian, si è dichiarata contraria all’ingresso iraniano.

Paradosso evidente, mentre si costruisce la candidatura di Ahmadinejad, da lunedì il Consiglio sta tuttavia esaminando tutta una serie di documenti sulle violazioni del regime degli ayatollah. La parte centrale della documentazione, scrive la giornalista americana Claudia Rossett che ha guardato le carte, è un rapporto di 16 pagine preparato dall’Alto Commissario per i Diritti umani che riassume le prove presentate da dozzine di gruppi per i diritti umani, supportate da video, rapporti eccetera. Vi si descrive l’uso di tortura, sevizie e stupri; si sostiene che il numero dei giovani detenuti nel braccio della morte è pari a 1.600, in parte per ragioni che nelle società libere non hanno niente a che fare con la criminalità, come l’apostasia, l’omosessualità, e «atti non confacenti alla castità». Il rapporto cita anche le uccisioni dei manifestanti nelle strade, le brutalità sistematiche nelle prigioni, e cita il codice penale: prevede la lapidazione per l’adulterio e, in altri casi, amputazioni e frustate. L’Iran ha presentato una sua difesa che sostiene che le leggi e il sistema in genere sono legati al rispetto dell’islam. L’opposizione di massa, certamente anche religiosa, ci dice che gran parte della popolazione non avallerebbe questa spiegazione. Né certo la può avallare il mondo democratico. Se l’Iran dovesse conquistare un suo posto al sole dei diritti umani, forse la crepa dell’Onu diventerà una voragine. E forse è ora.

martedì 16 febbraio 2010

I ragazzi della rivolta:"non abbiamo dato i morti per poi adulare il capo assassino"!

ANALISI
Subito dopo la rivolta popolare iraniana abbiamo testimoniato la nascita, come funghi, dei vari capi e portavoce di svariati organizzazioni e movimenti di varie natura. Ognuno ha cercato di rivendicare la paternità della rivolta e delle manifestazioni di protesta popolare cercando di circoscriverli nell'ambito di una "ribellione e di protesta contro un rispetto mancato al voto di massa"!
Ma la causa scatenante di questa grande rivolta popolare è stata l'esistenza maligna di trentanni di un regime clericale basato sull'odio, sulla violenza, sulla repressione, sulla discriminazione, sul terrorismo e sulla costruzione della bomba atomica. Dietro il voto del 12 giugno giaceva silenzioso un vulcano popolare che non vedeva l'ora di scoppiare e di bruciare per sempre l'intera esistenza di questo regime ripristinando "la libertà in Iran e la sicurezza nel mondo". Questo è avvenuto. Anche il sottoscritto ne avevo parlato e scritto in diversi interventi e articoli. Il voto del 12 giugno ha sferrato un duro colpo sulla testa del regime spaccandolo in due. Un corpo con una testa divisa in due e sanguinante. Naturalmente tale spaccatura, secondo le nostre analisi, è stata il frutto del malessere sociale che rispecchia nel vertice del regime.
In questo scenario, involontariamente, due personaggi di spicco, Moussavi e Karoubi che si erano prestati al "Show elettorale" si sono catapultati sulla scena interna ed internazionale come due "salvatori della patria"!
La resistenza iraniana fin dall'inizio ha invitato entrambi a prendere le distanze dal capo supremo del regime, Ali Khamenei beneficiando anche del sostegno della resistenza stessa. Ma dal momento che ne Moussavi e ne Karoubi non erano uomini capaci di guidare un radicale cambiamento che porti alla libertà e alla democrazia si sono lasciati intimoriti dal terrorismo iraniano( con uccisione del nipote di Moussavi), e alla fine hanno alzato le mani di fronte alle minacce di Khamenei. In questo periodo esistevano due grandi rischi: il primo era la sottovalutazione di Moussavi e il secondo la sua sopravvalutazione. In entrambi casi la parte vincente sarebbe stato il nemico numero uno del popolo iraniano: Velayate Faghih dell' Ayatolterrore Ali Khamenei.
La resistenza iraniana, grazie al suo storico leader, Massoud Rajavi, aveva in tempo, avvertito questo rischio lanciando diversi messaggi in direzione di Moussavi e di Karoubi invitandoli ad allontanarsi dal leader supremo Khamenei e di avvicinarsi ulteriormente ad un'unica richiesta e desiderio della popolazione: cambio totale del quadro politico attuale. Per Moussavi un suo allontanamento si sarebbe tradotto in un futuro di ammirazione e di popolarietà. Ma purtroppo cosi non avvenne.
Allo stesso tempo il regime dei mullah oltre ad aver usato tutti gli strumenti della repressione ha anche sguinzagliato innumerevoli uomini in ogni angolo della terra per tenere lontano, le proteste della diaspora iraniana, dalla resistenza iraniana incanalando le proteste stesse in direzioni deviate propagandando il "rischio della radicalizzazione della lotta popolare" cercando ad ogni modo e costo di costruire un sipario che dividi le proteste della resistenza iraniana dalle proteste "dell'onda verde".( in questa direzione ha usufruito perfino dell'aiuto dei cittadini stranieri che sono convinti, sia per ideologia che per il Dio-denaro che il regime dei mullah è vittima "del sionismo e dell'imperialismo americano"!!!)
Ma di quali rischi parlano? Rischio della caduta del regime dei mullah? Si infatti. Se guardiamo alla cronologia degli eventi post 12 giugno ci rendiamo conto che la lotta si è radicalizzata e incanalata verso il rovesciamento del regime degli ayattollah. Infatti dallo slogan" wher in my vote" siamo passati a "morte alla dittatura, morte a Khamanei".
Sottolineo e ribadisco ancora una volta che non esiste nessun "rischio" se non quello che ha rubato il sonno al capo supremo: il rovesciamento della repubblica islamica per mano "dell'esercito della rivolta". La composizione soical-politico e geografico della popolazione iraniana non permetterà alla nascita di una "guerra civile", propagandata dagli uomini del regime con il quale vogliono spaventare l'occidente e convincerlo di barricarsi, nel timore del "rischio della radicalizzazione della lotta e della guerra civile", sotto il mantello dell'ayatolterrore Ali Khamenei. Il popolo iraniano ripudia questi nefasti uomini che per interessi meschini si sono venduti alle direttive dei servizi di informazione iraniana.
Le grandi manifestazioni della Ashura e le successive proteste di massa che si sono conclusi nel 11 febbraio ci insegnano che il popolo iraniano è maturo e consapevole di ciò che desidera e di ciò che va incontro. La questione di oggi non è più sottovalutare o sopravvalutare Moussavi ma di chi guiderà in futuro la macchina della rivolta popolare che, man mano che va avanti, cambia l'aspetto e diventa sempre più forte e più incisiva e più determinata, per portare alla destinazione finale, sano e salvo, nonostante innumerevoli insidie interni ed internazionali, il suo prezioso passeggero: "eroico popolo iraniano". E' da qui che nascerà, in un prossimo futuro, la leadership della rivolta. Infatti è questo il "rischi" di cui parlano i sicari del regime terrorista dei mullah.
Davood Karimi

lunedì 15 febbraio 2010

World Press Photo 2010: la foto dell’anno e’ di Pietro Masturzo


Nella foto: tre donne che gridano"Allahoakbar", Dio è grande!
World Press Photo 2010: la foto dell’anno e’ di Pietro Masturzo

Lunedì, 15 Febbraio 2010.

E’ stato assegnato anche quest’anno il World Press Photo 2010, il premio fotogiornalistico che ogni anno da’ il suo riconoscimento, importante e prestigioso, al fotografo che ha realizzato lo scatto piu’ significativo. E per l’edizione 2010 il primo premio e’ andato alla fotografia di un italiano, Pietro Masturzo, vincitore di questo interessante concorso fotografico, fortemente legato anche al mondo giornalistico. Lo scatto in questione, che ha vinto il World Press Photo 2010, ci porta in un Iran sconvolto dagli scontri di piazza contro il regime.

IRAN: ONU, ITALIA E OCCIDENTE LO ATTACCANO SU DIRITTI UMANI


(AGI) - Ginevra, 15 feb. - L'Occidente ha messo l'Iran sul banco degli imputati davanti al Consiglio per i diritti umani dell'Onu, a Ginevra. In occasione dell'Esame periodico universale sulla situazione dei diritti umani nella repubblica islamica, i rappresentanti di Usa, Francia, Italia e altri Paesi hanno denunciato la violenta repressione delle manifestazioni dell'Onda verde e le crescenti restrizioni alla liberta' d'espressione

domenica 14 febbraio 2010

Iran: Cgil, Cisl e Uil, Condanna a Regime

Gio 11 Feb - 12.04
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(ASCA) - Roma, 11 feb - In occasione dell'anniversario della rivoluzione islamica del 1979, CGIL CISL e UIL esprimono la piu' ferma condanna dell'attuale regime iraniano, di cui denunciano le gravi violazioni delle liberta' politiche e sindacali, la discriminazione nei confronti delle donne, delle minoranze etniche e religiose, i cui diritti vengono repressi con la violenza e l'arbitrio. E' quanto si legge in un comunicato congiunto. Cgil, Cisl e Uil chiedono che il Governo italiano, l'Unione Europea ed il Consiglio di Sicurezza adottino ulteriori iniziative politiche nei confronti del regime iraniano, nonche' sanzioni economiche e commerciali mirate. La rinuncia agli armamenti nucleari, il rispetto dei diritti umani, politici e sindacali, nonche' la scarcerazione di tutti gli oppositori, sono le condizioni perche' in Iran torni una vera democrazia e il rispetto dello stato di diritto. Le tre confederazioni, conclude il comunicato, hanno invitato le lavoratrici ed i lavoratori, gli attivisti per la pace ed i diritti umani ad esprimere la loro solidarieta' con il popolo iraniano nella giornata di oggi 11 Febbraio.

venerdì 12 febbraio 2010

- ROMA, 11 FEB - 'L'Occidente si deve svegliare, deve difendere i fratelli iraniani. Oggi siamo iraniani anche noi'.

(ANSA)
Il leader dell'UDC, Pier Ferdinando Casini, interviene a sostegno di una manifestazione organizzata da esuli iraniani davanti a Montecitorio per esprimere sostegno alle contestazioni duramente represse 'dal regime di Ahmadinejad'.
'Queste bandiere sono idealmente anche nostre - aggiunge Casini rivolgendosi ai manifestanti - Siamo vicini al popolo e ai colleghi parlamentari iraniani, privati della liberta' e vittime di un regime che nega la liberta' e che oggi, sembrerebbe, ha ammazzato una studentessa che manifestava'.
'Non ci intimoriscono le intimidazioni all'ambasciata italiana a Teheran - conclude - Diciamo grazie a internet perche' e' un grande strumento di democrazia. Non dimentichiamocelo neanche noi in Italia'.
Iran: opposizione in piazza a Roma
Manifestanti gridano: 'morte al regime, morte ad Ahmadinejad'
11 febbraio, 20:41


(ANSA) - ROMA, 11 FEB - Alcuni oppositori iraniani in esilio in Italia si sono radunati in Piazza Montecitorio per protestare ancora contro il regime di Teheran. Un'altra manifestazione indetta da studenti iraniani, in concomitanza con l'anniversario della rivoluzione islamica,si e' svolta in piazza della Repubblica. Slogan come 'morte al regime, morte ad Ahmadinejad', hanno guidato la manifestazione, accompagnata dalle foto dei dimostranti rimasti uccisi nei mesi scorsi in Iran.

Iran, Frattini: nuove sanzioni finanziarie, niente guerra

Si alla guerra delle sanzioni e non alla guerra delle armi

Condivido in pieno le dichiarazioni del ministro Frattini per quanto riguarda le sanzioni contro il regime dei mullah. Secondo me le sanzioni sono tra le migliori armi che la comunità internazionali disponga. La "guerra delle sanzioni" deve sostituire la guerra delle armi. Questa è la mia opinione. Il regime iraniano ha più paura delle sanzioni che di un eventuale attacco militare da parte della comunità internazionale. Le sanzioni colpiscono esclusivamente il regime e coloro che sostengono diversamente sono o al servizio del regime iraniano oppure sono delle persone incompetenti che dovrebbero stare zitti. Il regime dei mullah, attraverso il suo ministero d'informazione ha comunicato in via ufficiosa di"iniziare una campagna contro le sanzioni motivando tutto ciò all'inutilità di esse e alla loro dannosità contro la popolazione civile". Nelle direttive del regime si fa anche riferimento a quello che è stato fatto contro il regime di Saddam Hossein dove effettivamente la gente ha sofferto le sanzioni. Ma il caso iraniano è assai lontano dal caso iracheno. Nel caso nostro la parte che soffrirà esclusivamente queste sanzioni sara il regime dei mullah. Non bisogna dimenticare che il popolo iraniano è da 31 anni che è sottoposto alla più feroce e più disumana sanzione della storia dell'umanità:appunto "il regime dei mullah"! Ribadisco che per le mie informazioni attendibili, il regime dei mullah ha speso decine di milioni di dollari per sollecitare tali campagne "anti-sanzioni" che prevalentemente sono state iniziate e pubblicizzate da alcuni ambienti pseudo-sinistra!!!
Ribadisco ancora una volta che il regime iraniano teme estremamente qualsiasi forma di sanzioni e allo stesso tempo accoglierebbe volentieri qualsiasi tipo di guerra. Con la scusa delle sanzioni il regime dei mullah non può scatenare il suo terrorismo ma con la scusa della guerra o aggressione alla terra dell'Islam scatenerebbe una feroce campagna di terrore in tutto il mondo.
Allora si alla guerra delle sanzioni e non alla guerra delle armi
Davood Karimi
venerdì 12 febbraio
ROMA (Reuters) - Il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini ha chiesto oggi l'adozione di nuove sanzioni finanziarie e contro esponenti del "regime" iraniano, anche per evitare che a "qualcuno" venga la "tentazione di un attacco militare".

" E' il tempo di sanzioni effettive serie, condivise da tutta la comunità internazionali", ha detto il capo della Farnesina nel corso di un'intervista telefonica per la trasmissione "Mattino 5" di Canale 5.

"Sanzioni che non devono strangolare il popolo iraniano", ha aggiunto Frattini.

"Io vedo ad esempio delle sanzioni che toccano i movimenti finanziari. Vi sono delle società legate proprio ai Guardiani della Rivoluzione che fanno proprio triangolazioni finanziarie in molti paese del mondo. Colpiamo le transazioni bancarie".

Il ministro ha detto di ritenere anche che "sia il momento di pensare a delle sanzioni personali per quegli esponenti proprio delle Guardie della Rivoluzione o dello stesso regime che si sono macchiati di crimini gravissimi. Vi sono delle sanzioni che impedirebbero a queste persone di muoversi completamente fuori dal territorio iraniano".

"Queste misure colpirebbero il regime ma non colpirebbero il popolo. Credo però che tutti le dovrebbero condividere, è chiaro che altrimenti viene meno la nostra credibilità", ha detto Frattini.

"Non crediamo che abbiano già la bomba atomica ma certamente è una preoccupazione troppo grande per il mondo", ha detto ancora il capo della diplomazia italiana, citando il presidente Usa Barack Obama.

Per Frattini occorre "tranquillizzare Israele", che è spesso destinatario delle minacce del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. "Per farlo dobbiamo accelerare sulla strategia delle sanzioni con una delibera dell'Onu per evitare che a qualcuno venga la tentazione, penso a Israele, di un attacco militare, che sarebbe devastante..".

"Niente guerra all'Iran ma certamente sanzioni serie", ha concluso il ministro

 
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