sabato 4 giugno 2011

Teheran: l’attivista Haleh Sahabi picchiata a morte durante i funerali del padre

LE NOSTRE CONDOGLIANZE ALLA FAMIGLIA DELLA SIGNORA HALEH SABAHI


Nella foto Haleh Sabahi, uccisa sotto i calci e pugni delle forze di sicurezza durante i funerali del padre Ezattolah Sabahi

Articolo 21 - ESTERI

di Marco Curatolo

Nel crepuscolo impazzito di un regime, succede in Iran che le autorità di quella Repubblica che si fa chiamare Islamica profanino un sacro dovere prescritto dall’Islam: il compianto dei morti. Quando i defunti sono oppositori o dissidenti, il rischio che i funerali siano occasione di protesta e rivolta viene combattuto senza lasciare spazio al rispetto per chi non c’è più, né alla pietas per il dolore di chi sopravvive. In quei casi gli sgherri del regime vietano ai figli di piangere i padri, trafugano i cadaveri per sottrarli all’omaggio della gente, impongono sepolture segrete e notturne, disperdono con la violenza i cortei funebri, e spesso ne arrestano i partecipanti. Era successo nel 2009, per decine di giovani ammazzati dalle milizie basiji durante le manifestazioni post-elettorali; era risuccesso pochi mesi fa quando lo scomparso era l’ultranovantenne padre del leader dell’opposizione, Mir Hossein Mousavi.
Ma il 1° giugno 2011 è avvenuto qualcosa di più: Haleh Sahabi, 54 anni, nota e stimata attivista per i diritti delle donne, nonché membro delle Madri per la Pace, è morta in seguito alle percosse subite mentre partecipava alla preghiera comune per il padre, Ezatollah Sahabi, deceduto il giorno prima. Ci sono volute molte ore perché una ricostruzione attendibile dei fatti filtrasse tra le bugie diffuse dalle fonti ufficiali (si voleva inizialmente accreditare la tesi di un infarto dovuto allo stress e all’emozione); e, quando la verità è venuta alla luce, per volontà del regime Haleh era stata già sepolta in tutta fretta, di notte, fuori da Teheran. Succede, in Iran, anche questo.
I fatti. Ezatollah Sahabi, 81 anni, muore il 31 maggio. Ammalato da tempo, era uno dei padri nobili dell’opposizione iraniana. Leader della Coalizione Melli-Mazhabi (Nazionalista-Religiosa), prigioniero politico sia sotto lo Shah che sotto la Repubblica Islamica, era una figura carismatica dell’area riformista. Sua figlia Haleh era rinchiusa nel carcere di Evin dall’agosto 2009. Era stata arrestata nella piazza del Parlamento di Teheran il giorno in cui era ufficialmente cominciato il secondo mandato presidenziale di Mahmoud Ahmadinejad, dopo le contestate elezioni del 12 giugno. Condannata a due anni di prigione, le era stato ripetutamente impedito di uscire dal carcere per visitare il padre in ospedale. Il permesso era stato finalmente concesso giusto in tempo per partecipare al suo funerale.
Considerato il prestigio di cui Ezatollah Sahabi godeva, le sue esequie erano considerate ad alto rischio dal regime, che temeva una presenza eccessiva di folla e possibili proteste. Le forze dell’ordine, per tenere la situazione sotto controllo, sono entrate nella casa della famiglia Sahabi la sera prima della cerimonia e ci sono rimaste tutta la notte. Al mattino, gli agenti hanno promesso che avrebbero consentito al corteo funebre un breve percorso a piedi, prima di caricare il feretro in una macchina per impedire che troppa gente si accalcasse. La promessa non è stata mantenuta: al corteo è stato imposto di cambiare strada e impedito di accompagnare il defunto. Haleh Sahabi, tenendo alta tra le mani la foto del padre, ha protestato. Gli agenti in borghese si sono avventati su di lei tentando di strapparle l’immagine e colpendola con forza all’altezza dello stomaco. Haleh è caduta in terra e non si è più rialzata.
Le autorità hanno per tutta la giornata accreditato la tesi di una morte per infarto, dovuta alla tensione e allo spavento. Nel frattempo, il corpo di Haleh Sahabi è stato trafugato e restituito alla famiglia solo dopo che aveva accettato di firmare documenti che avallavano la ricostruzione ufficiale: Haleh sarebbe stata malata di cuore e la morte per infarto sarebbe perciò da considerasi un esito naturale di uno stato di stress. Versione contraddetta da molti testimoni, tra i quali Hamed Montazeri, nipote dello scomparso grande ayatollah dissidente. Montazeri ha detto che la Sahabi è stata colpita ripetutamente con violenza e che, sia che la causa della morte siano stati i colpi ricevuti, sia che sia stato il grande spavento, in ogni caso “si può affermare inequivocabilmente che Haleh Sahabi è stata assassinata”.
Ma che non si sia trattato di una morte per spavento lo prova la testimonianza di un medico che ha visitato la donna nell’ospedale in cui è stata ricoverata, in condizioni ormai disperate. Il suo cuore batteva ancora, i polmoni funzionavano, e il colore pallido del suo volto era incompatibile con le condizioni di un paziente infartuato. Al contrario, Haleh Sahabi mostrava lividi e segni dei colpi subiti sulla parte sinistra del torace. Secondo lo stesso medico, è probabile che la morte sia sopravvenuta a causa delle lesioni interne, in particolare della rottura della milza, in seguito alle percosse.
Altri dettagli forniti dai testimoni confermano la brutalità dell’aggressione. Una volta caduta a terra, Haleh Sahabi sarebbe stata ulteriormente colpita, anche a calci. Gli agenti in borghese pensavano che stesse recitando una commedia e le hanno intimato di rialzarsi. Quando si sono resi conto che non era possibile, con malagrazia l’hanno caricata su un’ambulanza e l’hanno portata via.
La famiglia Sahabi ha chiesto alle autorità un esame autoptico indipendente, ma non è stato concesso. Il regime ha voluto chiudere rapidamente, e con meno clamore possibile, la questione, obbligando la famiglia a dare sepoltura a Haleh presso Lavasan, un piccolo centro fuori da Teheran, con poca gente presente e nell’oscurità.
Sicché, in tarda sera, la giornata che era cominciata con la cerimonia funebre per Ezatollah Sahabi, si è conclusa con quella di sua figlia Haleh.

 
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