sabato 4 febbraio 2012
venerdì 3 febbraio 2012
Iran tra sanzioni e minacce
TAMBURI DI GUERRA E RISCALDAMENTO DEI MOTORI DEGLI AEREI SUPER SOFISTICATI CHE ESCLUDONO LA VOLONTA' DEL POPOLO IRANIANO: "CAMBIARE RADICALMENTE E TOTALMENTE IL REGIME TERRORISTA E DISUMANO DEI MULLAH CON LE PROPRIE MANI"!
SABATO 04 FEBBRAIO 2012 00:00
di Michele Paris
L’escalation di minacce e intimidazioni da parte americana verso l’Iran sembra non conoscere alcuna tregua in queste prime settimane del nuovo anno. Alle misure già adottate di recente, il Congresso di Washington sta infatti per aggiungere una nuova serie di sanzioni economiche che, se implementate, produrrebbero effetti ancora più disastrosi per la Repubblica Islamica. Parallelamente, da Israele continuano a giungere preoccupanti segnali di una possibile aggressione militare preventiva contro le installazioni nucleari iraniane, con conseguenze potenzialmente rovinose per la stabilità dell’intero Medio Oriente.
Il nuovo round della guerra economica lanciata contro Teheran è andato in scena qualche giorno fa alla commissione del Senato americano con competenza sulle questioni bancarie, la quale ha approvato all’unanimità un provvedimento per imporre l’espulsione dell’Iran dalla rete mondiale interbancaria SWIFT (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication). La misura impedirebbe di fatto all’Iran di ricevere quotidianamente miliardi di dollari in entrate dall’estero, trasferiti al sistema bancario locale tramite questo network.
Le nuove sanzioni andrebbero ad aggiungersi a quelle firmate da Obama il 31 dicembre scorso e che penalizzano tutte le istituzioni pubbliche e private che fanno affari con la Banca Centrale iraniana. Pochi giorni fa, inoltre, anche l’Unione Europea aveva preso una propria iniziativa, imponendo un embargo sul petrolio proveniente dall’Iran che entrerà in vigore definitivamente il primo luglio.
Il Congresso americano, fortemente influenzato dalle lobby israeliane di estrema destra, ha così mostrato nuovamente di non nutrire alcuno scrupolo nel suo tentativo di spingere l’Iran verso un cambiamento di regime. A promuovere la più recente misura punitiva, tuttavia, è stata in particolare l’organizzazione legata agli ambienti neo-con, United Against Iran, la quale da tempo funge da mezzo di diffusione di propaganda e menzogne contro l’Iran con il pretesto di impedire a Teheran di giungere a costruire un ordigno nucleare.
Per il suo presidente, Mark D. Wallace (già ambasciatore presso l’ONU per l’amministrazione di George W. Bush, nonché membro del team legale dell’ex presidente repubblicano durante il riconteggio delle elezioni presidenziali del 2000 in Florida), la SWIFT starebbe peraltro contravvenendo da qualche tempo ad altre sanzioni già approvate contro l’Iran e perciò sarebbe necessario che interrompesse ogni legame d’affari con Teheran.
La legge in discussione a Washington - Iran Sanctions, Accountability and Human Rights Act -passerà ora all’esame dell’aula del Senato, dove dovrebbe essere approvata senza difficoltà. Oltre a costringere la società con sede a Bruxelles ad escludere l’Iran dalla sua rete interbancaria, sono previste anche altre sanzioni. Tra di esse spicca l’obbligo per tutte le compagnie quotate nella borsa americana di rivelare qualsiasi legame con aziende o individui iraniani sulla lista nera di Washington e il divieto di rilasciare visti d’ingresso per quegli studenti iraniani che intendono intraprendere negli USA un percorso di studi nell’ambito energetico.
Nonostante le incessanti pressioni, il governo di Teheran continua ad alternare dure risposte alle provocazioni con segnali distensivi. Qualche giorno fa l’Iran ha ad esempio ospitato una delegazione di ispettori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), mentre ha più volte manifestato la disponibilità a riaprire i colloqui sulla questione del nucleare.
Se gli Stati Uniti sono dunque ufficialmente in prima linea sul fronte delle sanzioni, è invece Israele che alimenta le speculazioni su un possibile imminente attacco preventivo in territorio iraniano. Venerdì, il Washington Post ha riportato i timori espressi anche dal governo americano per un’eventuale azione unilaterale israeliana che potrebbe scatenare un conflitto ben più ampio nella regione. Nel corso di un meeting NATO a Bruxelles, il Segretario alla Difesa, Leon Panetta, giovedì ha infatti dichiarato che “Israele sta prendendo in considerazione un attacco mentre noi abbiamo manifestato le nostre preoccupazioni”.
Le più recenti apprensioni sarebbero state provocate dalle parole del Ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, in una conferenza nella città costiera di Herzliya. Per l’ex leader laburista il tempo a disposizione per impedire all’Iran di produrre un’arma atomica sta scadendo, dal momento che il regime sta trasferendo le attrezzature relative al proprio programma nucleare in una struttura-bunker presso la località di Qom. Chiudendo il suo intervento di fronte ai vertici militari e dell’intelligence, Barak sarebbe poi passato significativamente dalla lingua ebraica all’inglese, ammonendo che “più tardi è troppo tardi”. Una frase che rappresenta con ogni probabilità un messaggio non troppo velato a quanti, soprattutto a Washington, chiedono a Israele di avere pazienza e di aspettare gli effetti delle sanzioni.
Inoltre, il recente rinvio dell’esercitazione congiunta tra militari americani e israeliani (“Austere Challenge 12”), inizialmente prevista per il mese di aprile, secondo alcuni non sarebbe stato un segnale per stemperare la tensione con l’Iran., bensì una prova stessa delle intenzioni di Tel Aviv di attaccare in primavera o all’inizio dell’estate. Il governo israeliano, infatti, avrebbe chiesto di spostare l’esercitazione perché essa avrebbe sottratto alle proprie forze armate risorse importanti da impiegare in un’operazione militare contro la Repubblica Islamica.
La contrarietà americana pare essere stata esposta direttamente al premier Netanyahu e allo stesso Barak dal capo di Stato Maggiore USA, generale Martin Dempsey. Il 20 gennaio scorso, quest’ultimo avrebbe riferito al governo israeliano che gli Stati Uniti non prenderanno parte ad una guerra contro l’Iran scatenata da Tel Aviv senza l’OK di Washington. In precedenza, anche il numero uno del Pentagono in un’intervista alla CBS aveva affermato che, in caso di attacco israeliano, gli USA si dedicherebbero esclusivamente a proteggere le proprie forze armate da eventuali ritorsioni da parte iraniana.
Il governo israeliano non sembra comunque scoraggiato dalla riluttanza americana e, anzi, sono in molti a sostenere che il governo di estrema destra guidato da Netanyahu voglia deliberatamente provocare frizioni con l’amministrazione Obama per mettere sotto pressione la Casa Bianca durante il periodo elettorale e ottenere il via libera all’attacco militare nei prossimi mesi.
Israele, d’altra parte, non sembra temere particolarmente la reazione di Teheran, ricordando agli alleati americani come un attacco simile contro un reattore nucleare in Siria nel 2007 non provocò alcuna rappresaglia. Secondo l’opinionista delWashington Post vicino agli ambienti d’intelligence a stelle e strisce, David Ignatius, calcolando eventuali razzi lanciati dall’Iran e da Hezbollah in Libano, Israele stima di dover “assorbire” non più di 500 vittime.
Per lo stesso Ignatius, il quale avanza anche l’ipotesi che Tel Aviv veda addirittura positivamente il mancato coinvolgimento americano in un conflitto con l’Iran, il piano di aggressione israeliano prevede una sorta di guerra lampo di pochi giorni con incursioni aeree limitate, seguite da un cessate il fuoco negoziato dall’ONU. Uno scenario, questo, fin troppo ottimistico e che, sovrapponendosi alle tensioni in Siria e agli effetti della Primavera Araba, quanto meno solleva più di una perplessità.
Anche se il messaggio trasmesso dagli USA a Israele appare insolito, l’amministrazione Obama e il complesso militare americano non sembrano in realtà nutrire particolari scrupoli per un’azione militare contro l’Iran. I vertici del governo e delle forze armate continuano infatti a sostenere che nei confronti della Repubblica Islamica ogni “opzione rimane sul tavolo”, mentre nelle ultime settimane la presenza militare americana nel Golfo Persico è notevolmente aumentata in vista di un possibile conflitto.
Quello che Washington non desidera è un attacco preventivo, perché estremamente impopolare. Piuttosto, un eventuale intervento armato dovrebbe essere legittimato da un casus belli, fornito dalla reazione di Teheran ad una delle svariate provocazioni che gli Stati Uniti e i loro alleati stanno mettendo in atto da tempo. In alternativa, la Casa Bianca continua a puntare su sanzioni punitive che colpiscono l’economia iraniana e indeboliscono il regime.
Nel frattempo, la propaganda anti-iraniana prosegue senza sosta. Qualche giorno fa, il capo dell’intelligence statunitense, James Clapper, nel corso di un’audizione al Congresso, senza presentare alcuna prova, ha espresso timori per la possibilità che l’Iran possa pianificare attentati terroristici sul territorio americano.
Venerdì, infine, il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo dal titolo “Gli USA temono legami dell’Iran con Al-Qaeda”, secondo il quale Teheran avrebbe recentemente liberato e fornito un qualche appoggio materiale a cinque membri di alto livello appartenenti all’organizzazione che fu di Osama bin Laden e che erano agli arresti domiciliari fin dal 2003. Il pezzo, che considera solo sommariamente le note differenze strategiche tra l’Iran sciita e il radicalismo sunnita di Al-Qaeda, fa parte della campagna diffamatoria in atto da tempo nei confronti di questo paese, così da preparare l’opinione pubblica internazionale alle prossime azioni volte a provocare la caduta di un regime sempre meno gradito.
alle
19:22
Iran-Usa: pronti alla guerra?
INTERNATIONAL BUSINESS TIMES, MONDO
Di Roberto Capocelli, Dario Saltari
Se l'amministrazione Obama ha ormai da tempo cambiato rotta, abbandonando i negoziati in favore di forme di dissuasione "dure" contro l'Iran, anche il Congresso sembra fargli eco.
Un'organizzazione no-profit formata da parlamentari statunitensi di tutti i colori politici, il Bipartisan Policy Center (Bpc), infatti, ha rilasciato un dossier, pubblicato il primo febbraio, che invitava gli Stati Uniti a prendere in considerazione la possibilità di un'azione militare per fermare le aspirazioni nucleari iraniane.
Per l'Organizzazione si tratterebbe, in realta' di un deterrente che addirittura potrebbe servire ad evitare di essere "costretti" alle estreme conseguenze e all'uso della forza.
Secondo il ragionamento politico del BPC, "è precisamente la minaccia militare lo strumento che, in realtà, permette soluzioni pacifiche o diplomatiche".
Senza giri di parole, l'organizzazione guidata da Charles Robb, senatore democratico della Virginia, sottolinea nel suo report che "gli Stati Uniti devono portare l'Iran a fare una scelta: abbandonare il suo programma nucleare attraverso un accordo negoziato oppure vederlo distrutto militarmente dagli Usa o da Israele".
... Uno strano intervento
È uno strano intervento quello del direttore del National Intelligence statunitense James Clipper che, negli scorsi giorni, ha affermato di fronte al Senato: "non sappiamo se l'Iran voglia effettivamente costruire armi nucleari", ma, "se volesse, avrebbe le capacità di produrre un ordigno atomico".
Una tautologia, come ama dire qualche smorfioso professore universitario, o, più semplicemente, una ovvietà.
È risaputo infatti, fra gli addetti ai lavori, che il processo di sviluppo dell'energia atomica, sia militare che civile, segue un percorso assolutamente parallelo e sovrapponibile fino ad uno stadio sovrapponibile fino ad uno stadio chiamato "the edge point": è solo arrivati a questo punto che i due percorsi si dividono e diventa riconoscibile l'eventuale volontà di voler proseguire su un terreno puramente militare.
Raramente viene ricordato ma, ad oggi, nessuno ha mai portato la benché minima prova che l'Iran sia giunto all'edge point, e, tanto meno, che lo abbia passato addentrandosi nel cammino verso la famosa "bomba".
C'è di più: l'Iran come membro firmatario del Trattato di Non Proliferazione ha diritto a ricevere assistenza dall'AIEA per sviluppare programmi finalizzati alla produzione di energia atomica per scopi civili.
Dunque, qual e' la vera, profonda natura del "problema" nucleare iraniano?
Nel 1983 le relazioni fra USA e Iran erano difficili: c'era stata da poco la Rivoluzione islamica che aveva deposto uno dei più importanti alleati statunitensi nella regione, un vero e proprio fantoccio messo al potere grazie ad un colpo di stato, lo Shah di Persia Reza Pahlavi.
E c'era stata anche l'umiliazione degli americani con la crisi dei diplomatici statunitensi sequestrati nell'ambasciata di Teheran e il conseguente fallimento dell'operazione di riscatto che costò la vita a 8 membri delle forze speciali USA.
Una delle ritorsioni adottate da Washington, che, in quell'occasione, vedeva naufragare uno dopo l'altro i tentativi di arginare l'influenza degli Ayatollah, fu proprio quella di esercitare forti, "dirette pressioni" sull'AIEA perché interrompesse l'assistenza, fornita alle autorità nucleari iraniane, per lo sviluppo di combustibile atomico di tipo UO2 e UF6. Si trattò, di fatto, di una violazione dei termini di quello stesso Trattato di Non Proliferazione che, oggi, si accusa l'Iran di non rispettare.
Una scelta politica
Gli Stati Uniti si fecero promotori quindi, già da allora, di una campagna di isolamento della neonata Repubblica Islamica con il fine di contrastare la crescita di una potenza regionale ostile.
L'opposizione al programma nucleare iraniano dunque, sin dagli inizi, appare soprattutto motivata e determinata da valutazioni eminentemente politiche e non tecniche.
Del resto, in quest'ottica, il senatore Mark Kirk, ex ufficiale dell'intelligence USA, affermava l'anno scorso: "la comunità d'intelligence dovrebbe avere un punto di vista meno tecnico e più incentrato sulle azioni della leadership iraniana quando valuta il tema del nucleare in Iran". "Nel processo dell'intelligence", proseguiva il senatore, "ci insegnano a valutare le capacità e le intenzioni da un punto di vista politico, e le intenzioni da parte del regime iraniano sono abbastanza chiare".
La chiarezza non molto chiara...
Da molte, autorevoli voci, arrivano però letture molto diverse in merito alle intenzioni iraniane: lo scorso settembre, durante un seminario presso l'Istituto Antiterrorismo di Tel Aviv, non proprio un luogo in odore di simpatia verso Teheran, il prof. David Menashri, stimato esperto in questioni iraniane, affermava che, nei fatti, sin dalla sua nascita, il regime degli Ayatollah alterna, in politica estera, ad una retorica bellicosa delle azioni in realtà molto pragmatiche.
Il mese scorso, per esempio, avevamo assistito ad una escalation "verbale" da parte di Teheran, che aveva "spaventato" il mondo rispetto alla presenza di navi da guerra statunitensi nello stretto di Hormuz che, si disse, non sarebbe stata tollerata in nessun modo: i falchi anti-Teheran non persero l'occasione per ricordarci quanto siano pericolosi e fanatici gli iraniani e quanto sia necessario porre un freno alle loro angherie.
Oggi, la portaerei Abraham Lincoln, una delle punte di diamante della flotta americana, incrocia tranquillamente indisturbata nelle acque del Golfo Persico: la reazione delle autorità iraniane è stata niente altro se non una semplice dichiarazione in cui si afferma che "la presenza della portaerei rientra nelle normali attività che, da sempre gli Usa, svolgono nel Golfo".
L'attacco di Israele a Giugno
Ma, nonostante l'approccio spesso pragmatico di Teheran, la volontà di premere per mettere l'Iran in cima alla lista delle priorità da parte israeliana sembra non accennare a ridimensionarsi. A confermarlo ci si è messo pure il segretario della difesa statunitense, Leon Panetta, che, in un'intervista al Washington Post, ha evidenziato la possibilità di un attacco israeliano nei confronti dei siti nucleari di Teheran entro il prossimo giugno.
L'intervento di Panetta è un dato senza dubbio significativo dato che il Segretario della Difesa non condanna, né tanto meno approva, un possibile attacco israeliano, ma sembra comunque confermare la possibilità reale dell'esplosione di un conflitto militare.
Tel Aviv, infatti, continua ad essere convinta, nonostante le autorità di Teheran affermino il contrario, che l'Iran stia arrivando ad avere la capacità di poter arricchire l'uranio al 90%, ovvero al livello di proliferazione di tipo militare.
"È possibile bombardare i siti iraniani. E lo dico sulla base della mia esperienza come Capo di Stato Maggiore dell'Aviazione israeliana" ha affermato il ministro per gli Affari strategici israeliano, Moshe Yaalon.
La possibilità di un attacco militare israeliano nei confronti dell'Iran, sarebbe tacitamente accettata dagli Stati Uniti che, nonostante le ultime difficoltà nei rapporti diplomatici, considerano Israele come il principale alleato e vero e proprio avamposto strategico all'interno del complesso scacchiere del Medio Oriente?
L'interrogativo resta aperto.
Anche l'Iran si prepara?
La Repubblica Islamica, dal canto suo, da' segnali di voler prendere sul serio le minacce e di voler essere in grado di far fronte al pericolo di un eventuale attacco militare portato avanti dall'asse Tel Aviv -Washington.
Il presidente iraniano Ahmadinejad, infatti, ha proposto lo scorso mercoledì al Majlis, il parlamento iraniano, un incremento del 127% del budget per la difesa, che, attualmente, ammonta a circa 12 miliardi di dollari.
"Dato l'aumento della pressione e delle minacce contro l'Iran, è stato necessario aumentare il budget per la difesa", ha affermato il parlamentare iraniano Jahanbakhsh Amini all'agenzia di stampa Reuters.
La scelta di Ahmadinejad, però, non è senza conseguenze e, in un momento non proprio facile per l'economia del Paese, potrebbe contribuire ad affossare un sistema produttivo, come quello persiano, che risulta essere già in difficoltà a causa anche delle ripetute sanzioni economiche europee e statunitensi nei confronti del petrolio iraniano, principale fonte di ingressi della Repubblica Islamica.
A complicare ulteriormente la situazione si aggiungono anche le prossime elezioni parlamentari, che si terranno il 2 marzo prossimo, e che rappresentano un test per il consenso di Ahmadinejad. Se i dati economici non dovessero migliorare (in questo momento l'inflazione viaggia intorno al 20%) la popolarità del Presidente potrebbe improvvisamente crollare aprendo ulteriori crepe all'interno del già diviso sistema di potere iraniano.
alle
19:08
IRAN: OBIETTIVI ISRALIANI NEGLI USA, CRESCE MINACCIA ATTENTATI
22:33 03 FEB 2012
(AGI) Washington - La minaccia dell'Iran contro obiettivi israliani aumentera'. Lo sostiene un documento dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interna di Israele, di cui e' venuta a conoscenza l'Abc. I servizi israeliani negli Usa e in tutto il mondo sono in massima allerta: nel mirino ci sarebbero ambasciate e consolati, ma anche sinagoghe e scuole e associazioni ebraiche. L'emittente ricorda l'attentato alla sede dell'associazione ebraica di Buenos Aires, in cui rimasero uccise 85 persone nel 1994. Secondo il capo dello Shin Bet la Guardia Rivoluzionaria iraniana, la stessa ala militante del governo legata al recente presunto complotto per uccidere l'ambasciatore saudita a Washington, sta lavorando instancabilmente per attaccare obiettivi israeliani ed ebraici all'estero .
(AGI) Washington - La minaccia dell'Iran contro obiettivi israliani aumentera'. Lo sostiene un documento dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interna di Israele, di cui e' venuta a conoscenza l'Abc. I servizi israeliani negli Usa e in tutto il mondo sono in massima allerta: nel mirino ci sarebbero ambasciate e consolati, ma anche sinagoghe e scuole e associazioni ebraiche. L'emittente ricorda l'attentato alla sede dell'associazione ebraica di Buenos Aires, in cui rimasero uccise 85 persone nel 1994. Secondo il capo dello Shin Bet la Guardia Rivoluzionaria iraniana, la stessa ala militante del governo legata al recente presunto complotto per uccidere l'ambasciatore saudita a Washington, sta lavorando instancabilmente per attaccare obiettivi israeliani ed ebraici all'estero .
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18:18
Camp Liberty ad Ashraf: una prigione preparata dalle autorità irachene
Il Comitato di Parlamentari e Cittadini “Iran Libero” richiama ancora una volta l’attenzione del governo italiano e della comunità internazionale sulla sorte dei 3.400 esuli iraniani di Ashraf, in Iraq. I rifugiati, oppositori del regime iraniano, dovrebbero essere trasferiti provvisoriamente a Camp Liberty presso Baghdad in attesa che l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (ACNUR) ne determini individualmente lo status prima di un loro trasferimento in Paesi terzi di destinazione definitiva.
Il 31 gennaio l’ACNUR e l’UNAMI (Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Iraq) hanno dichiarato che le infrastrutture tecniche di Camp Liberty rispettano gli standard del diritto internazionale umanitario. In realtà, le infrastrutture (quali il mero numero di letti o di servizi igienici) non sono un indicatore della qualità di vita, di sicurezza e di dignità delle persone che dovrebbero essere accolte in un campo per rifugiati. Il fatto che le autorità irachene definiscano oggi Camp Liberty un «luogo di trasferimento temporaneo» non rende più accettabili le sue condizioni. Il governo dell’Iraq ha anche respinto la richiesta dei residenti di Ashraf che loro esperti o avvocati possano visitare Camp Liberty prima del trasferimento, evidentemente essendo consapevole che le condizioni del campo sono inaccettabili.
Dell’originale Camp Liberty, lasciato dalle forze armate statunitensi e saccheggiato, le autorità irachene hanno riservato per i rifugiati iraniani soltanto 0,683 chilometri quadrati (contro i 36 chilometri quadrati di Ashraf), con servizi igienici scarsi, senza strutture adatte per feriti e disabili e senza acqua potabile. I residenti non avrebbero accesso ai loro avvocati, al personale dell’ONU (se non telefonicamente) né a servizi medici; non potrebbero portare con sé i propri veicoli o beni immobili se non gli ‘effetti personali individuali’. Ciò che resta di Camp Liberty è circondato da muri di cemento alti 3,6 metri e da forze di sicurezza irachene. Inoltre le autorità irachene hanno comunicato all’UNAMI che i rifugiati dovranno essere trasferiti dalle forze armate irachene con modalità simili a quelle usate per i prigionieri di guerra.
Non è possibile per i residenti di Ashraf rispondere ‘Sì’ alla richiesta di trasferirsi a Camp Liberty senza tenere conto degli spazi e delle condizioni effettive di vita all’interno del campo, del divieto di portare con sé veicoli e beni propri, dei rischi per la sicurezza di chi dovrebbe esservi ospitato (posto che, secondo dichiarazioni pubbliche di autorità irachene, molti dei residenti di Ashraf potrebbero essere arrestati). Particolarmente grave è il fatto che l’ambasciatore iraniano a Baghdad, Hassan Danaifar ha affermato il 30 gennaio che nel campo saranno presenti autorità consolari della Repubblica Islamica dell’Iran: poiché i rifugiati ne sono oppositori dichiarati e sono stati più volte definiti punibili con la morte, qualsiasi contatto di agenti del regime con loro sarebbe assolutamente contrario al diritto internazionale. Stando così le cose, il trasferimento dei residenti di Ashraf a Camp Liberty sarebbe forzato e non volontario, al contrario di quanto previsto dal diritto internazionale e da qualsiasi standard umanitario, e violerebbe quanto dichiarato dallo stesso Rappresentante Speciale del Segretario Generale il 6 dicembre 2011 al Consiglio di Sicurezza: “Qualsiasi soluzione deve essere accettabile sia per il governo dell’Iraq che per i residenti di Camp Ashraf” e rispettare “il diritto internazionale umanitario, dei diritti umani e dei rifugiati”.
Comitato di Parlamentari e Cittadini “Iran Libero”
Presidente : On. Carlo Ciccioli
Co-presidente : On. Elisabetta Zamparutti
Coordinatore : Antonio Stango
Co-presidente : On. Elisabetta Zamparutti
Coordinatore : Antonio Stango
alle
08:42
mercoledì 1 febbraio 2012
Iran: organizzarono concorso bellezza su Facebook, arrestati 4 giovani
Teheran, 1 feb. - (Adnkronos/Aki) - Arrestati per aver organizzato un concorso di bellezza online. E' successo in Iran ai quattro amministratori della pagina Facebook 'Daaf e Paaf' che nei giorni scorsi avevano chiesto ai loro 27mila fan di inviare foto di avvenenti ragazze o ragazzi da iscrivere alla competizione. Gli utenti avrebbero poi dovuto eleggere 'il piu' bello e la piu' bella' della rete. Sulla pagina Facebook e' apparsa una nota della polizia iraniana che si occupa di reati informatici che informa della confessione dei quattro giovani, due ragazzi e due ragazze, finiti in manette.
alle
09:43
Iran/ Terzi: inaccettabili condanne a morte dei 4 blogger

ipreoccupazione per violazione libertà espressione

Roma, 1 feb. (TMNews) - Il Ministro degli Esteri, Giulio Terzi, ha nuovamente espresso oggi la sua forte preoccupazione per la sistematica violazione del diritto alla libertà di espressione in Iran. "Le condanne a morte emesse dalle autorità giudiziarie iraniane nei confronti dei blogger Vahid Ashgari, Mehdi Alizadeh Fakhrabad, Saeed Malekpour e Ahmad Reza Hashempour sono inaccettabili" ha affermato il Ministro Terzi, che ha lanciato un appello alle autorità iraniane affinché ne venga immediatamente fermata l'esecuzione.
Sul tema più generale dei diritti umani il Ministro Terzi ha inoltre auspicato che Teheran riprenda in maniera costruttiva il dialogo sui diritti umani con l'Unione Europea.
Sul tema più generale dei diritti umani il Ministro Terzi ha inoltre auspicato che Teheran riprenda in maniera costruttiva il dialogo sui diritti umani con l'Unione Europea.
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09:41
Iran: Amnesty denuncia ondata arresti
In vista elezioni parlamentari del 2 marzo
01 febbraio, 17:54
Guarda la foto1 di 1
(ANSA) - ROMA, 1 FEB - Amnesty International ha denunciato l'ondata di arresti di giornalisti e blogger in corso in Iran, nell'''evidente tentativo - sottolinea - di restringere la liberta' d'espressione e impedire le critiche su questioni legate ai diritti umani nel periodo che precede le elezioni parlamentari del 2 marzo''. Amnesty - si legge in un comunicato - ha sollecitato le autorita' iraniane a rilasciare tutte le persone arrestate nelle ultime settimane, a meno che non siano incriminate per un effettivo reato.
alle
09:37
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